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La moda maschile italiana nel 2013-2014

gennaio 10 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

Il bilancio preconsuntivo del 2013

In un contesto congiunturale fragile e complesso, in cui si è dovuta registrare una crescita inferiore alle attese anche nelle cosiddette developing economies, la moda maschile italiana (in un’accezione che comprende il vestiario e la maglieria esterna, la camiceria, le cravatte e l’abbigliamento in pelle), secondo le stime elaborate da SMI sulla base delle indicazioni provenienti dalle indagini campionarie nonché sulla base dell’andamento congiunturale del quadro macroeconomico di riferimento, dovrebbe archiviare il 2013 in area positiva, ma su livelli di turnover di poco superiori a quelli raggiunti nel 2012. Il fatturato dovrebbe, infatti, assistere ad una crescita contenuta all’1%, sperimentando una decelerazione rispetto al ritmo del 2012, e portandosi, dunque, a poco più di 8,6 miliardi.

Sul risultato settoriale, come si vedrà meglio nel proseguo dell’analisi, ha inciso negativamente ancora una volta l’arretramento della domanda interna, mentre l’export, in crescita specialmente nelle aree extra-UE (pur su ritmi inferiori al 2012 almeno per gran parte del 2013), ha contribuito positivamente alle performance della moda maschile: l’incidenza del fatturato estero guadagnerebbe, del resto, oltre un punto e mezzo in un anno, passando al 60,5%.

Con riferimento ai singoli micro-comparti qui esaminati, si stima la prosecuzione del trend positivo (sempre in termini di fatturato totale) per la maglieria esterna e per la confezione in pelle, mentre il comparto preponderante, ovvero il vestiario esterno, si manterrebbe stabile rispetto al 2012, così come la camiceria; di contro, il segmento delle cravatte accuserebbe ancora dinamiche negative.

Il valore della produzione (si ricorda che tale variabile si propone di stimare il valore dell’attività produttiva svolta in Italia, al netto della commercializzazione di prodotti importati), resta interessato da un’evoluzione positiva (+3% circa), fattore su cui incide, in primis, la contrazione dei capi provenienti da oltremare.

Come prima accennato, nel 2013 la maggior spinta all’industria italiana della moda maschile è da ricondurre ancora una volta al mercato estero, in particolare extra-europeo, pur in rallentamento rispetto al medesimo periodo del 2012. Per i dodici mesi si stima una crescita delle vendite estere totali pari al +3,7%, corrispondente a 5,2 miliardi di euro. L’import, come rilevato per il complesso della filiera Tessile-Moda, è, invece, rimasto ancora interessato da una flessione (pur in progressiva decelerazione in corso d’anno), il che porta a prevedere per il gennaio-dicembre un decremento pari al -4,9%, per un totale di quasi 3,4 miliardi.

Per l’attivo commerciale settoriale, a fronte del suddetto andamento degli scambi con l’estero, si prevede un ulteriore miglioramento, che porterà il surplus di comparto verso gli 1,9 miliardi.

Un quadro maggiormente dettagliato relativo alle performance della moda uomo sui mercati internazionali si ottiene dall’analisi dell’interscambio con l’estero nei primi nove mesi del 2013. Secondo i dati di fonte ISTAT, il trade settoriale assiste ad una prosecuzione dei trend avviatisi nel 2012, ed in particolare alla crescita sul fronte export (cui si contrappone un calo dell’import), trainata dalle aree extra-UE (con il mercato comunitario, invece, atono). In particolare, da gennaio a settembre 2013 le vendite oltreconfine di menswear evidenziano una crescita del +3,1% (corrispondente a circa 4,3 miliardi di euro), mentre l’import perde il -6,7% (pari a oltre 3 miliardi), fenomeno questo su cui incide un fisiologico assestamento dopo il boom del 2010-2011, nonché al contempo il cedimento del mercato di consumo interno.

Se si guarda alle performance delle singole linee di prodotto qui esaminate, si rilevano aumenti generalizzati dell’export, con la sola eccezione delle cravatte         (-7,8%). Il vestiario esterno sperimenta un aumento del +2,9%, mentre la maglieria segna un +4%, così come la camiceria (+4,1%). La confezione in pelle cresce, invece, del +7,6%. Nel caso dell’import, come accennato in precedenza, la moda maschile continua a muoversi in area negativa, pur assistendo ad un progressivo rallentamento del tasso di caduta. Il vestiario, la maglieria esterna nonché le cravatte cedono il -6% circa (rispettivamente -5,9%, -5,8% e -6,1%); la camiceria presenta, invece, una variazione superiore al -14%, mentre l’abbigliamento in pelle cala del -4,5%.

Passando all’analisi degli sbocchi commerciali della moda uomo made in Italy, si sottolinea la buona performance dei mercati extra-UE, che da gennaio a settembre 2013 hanno sperimentato un incremento del +6,5% (in rallentamento, dunque, rispetto al +9,7% messo a segno nei primi tre trimestri del 2012), mentre il mercato UE è rimasto sostanzialmente fermo sui livelli dello scorso anno (+0,3%), pur continuando ad assorbire quasi il 53% dell’export totale di settore.

Tra i maggiori mercati del Vecchio Continente, la Francia, pur confermandosi il primo cliente del menswear italiano con una quota del 12,1% sull’export settoriale, mostra un decremento del -1,1%; di contro, la Germania sperimenta un aumento del +6,2%, mentre il Regno Unito del +6,8%.

Relativamente alle principali piazze extra-europee, gli USA, nel periodo monitorato, frenano al +0,9%, mentre la Russia non va oltre un +0,2%. Si sono rivelati, invece, particolarmente favorevoli Hong Kong e Cina, in crescita rispettivamente del +14,6% (corrispondente a 184 milioni nei primi nove mesi del 2013) e del +26% (pari a 122 milioni); un buon dinamismo si riscontra anche nel caso delle vendite in Corea del Sud, in aumento del +34,4%, per un totale di 68 milioni. Risulta, invece, cedente il Giappone (-2,8%).

Focalizzando l’attenzione sui mercati di approvvigionamento, la Cina si conferma in assoluto top supplier anche per questo segmento dell’abbigliamento, assicurando oltre il 24% della moda uomo importata in Italia; ciò nonostante, la potenza asiatica presenta un deciso arretramento, pari al -14,7%, rispetto al medesimo periodo dello scorso anno (allorquando, peraltro, aveva perso già il -16,3%). Avanza, invece, pur su livelli ancora contenuti rispetto a quelli cinesi, il Bangladesh, paese dal quale l’import di menswear risulta in crescita del +11,2%, corrispondente a 314 milioni di euro. Risultano, inoltre, in flessione anche altri paesi di rilievo per il settore, come Romania (-10,4%), Tunisia (-7,1%) e Turchia (-16,4%).

Venendo ora ad analizzare le dinamiche proprie del mercato domestico, gravato da un clima di forte debolezza del consumo delle famiglie italiane, si rileva come la stessa moda maschile non abbia trovato supporto nell’evoluzione della domanda interna. Per il sesto anno consecutivo, ovvero dal 2008, si deve contabilizzare un calo del sell-out di menswear: per l’anno solare 2013 si stima un decremento in termini nominali dei consumi (sia familiari sia extra-familiari, comprensivi di scorte) nella misura (almeno) del -7,2%, in ulteriore peggioramento, dunque, rispetto alle dinamiche negative registrate negli anni scorsi.

I dati più aggiornati relativi sell-out invernale si riferiscono alla stagione Autunno/Inverno 2012-2013, archiviatasi con un nuovo calo delle vendite a valore, pari al -6,7% (che fa seguito, peraltro, ad un già gravoso -6% rilevato nell’A/I 2011-2012).

Come indicato in Fig. 1.1, tutti i comparti qui esaminati si sono mossi in area negativa, pur evidenziando dinamiche più o meno marcate rispetto alla media. Solo la camiceria ha visto contenere le perdite al -1,9%, mentre il vestiario e la maglieria hanno ceduto rispettivamente il -7,8% e il -5,9%. Cali ben più accentuati della media stagionale hanno, infine, colpito il sell-out di abbigliamento in pelle (-12,6%) e di cravatte (-16,1%).

Osservando le performance ottenute dai singoli format distributivi (Fig.1.3), si trova riflesso di quanto appena descritto con riferimento agli acquisti di moda maschile da parte degli italiani. Nell’A/I 2012-2013 solo le catene (unitamente agli ambulanti) hanno sperimentato una crescita del sell-out intermediato, pari al +4,8%, muovendosi, pertanto, in controtendenza rispetto al difficile contesto e reagendo prontamente alla battuta d’arresto (-3,8%) accusata nell’A/I 2011-2012. Grazie ad una simile performance, le catene hanno raggiunto una quota del 28% sul sell-out settoriale (solo qualche anno fa, nell’A/I 2010-2011, era pari al 24%).

Il dettaglio indipendente, sceso al 36,6% delle vendite totali di menswear in Italia, ha evidenziato, invece, un decremento del -14,1%, mentre la categoria ‘altri canali’, dopo i recenti boom, flette del -9,5%. In calo risultano anche i grandi magazzini        (-6,8%).

Secondo le stime diffuse da SMI con riferimento alla filiera Tessile-Moda nel suo complesso, il primo semestre del 2014 dovrebbe sperimentare un’inversione di tendenza, tornando in area positiva. In particolare, il turnover settoriale è stimato in aumento del +2,1% rispetto ai primi sei mesi del 2013. Per la moda uomo, tuttavia, sulla base delle rilevazioni campionarie condotte da SMI, il 2014 sembra aprirsi con qualche ombra, legata ancora all’ultimo scorcio del 2013. Se si considerano gli ordini per la prossima P/E 2014, pur parziali al momento della raccolta dati ultimata lo scorso ottobre, oltre alla conferma del cedimento sul mercato nazionale (prossima al -6%), risultano in flessione anche gli ordinativi dall’estero, nella misura del -2,6%. Se il 33% delle aziende del panel operanti nella moda maschile, interrogate sulle aspettative a breve, propende per una “stabilità” delle condizioni congiunturali sperimentate nel corso dell’anno, la quota maggioritaria (55,6%) teme un peggioramento; il restante 11%, invece, confida in un pronto miglioramento del mercato.

Così come nel caso del biennio appena trascorso, anche il 2014 si caratterizzerà per una spinta proveniente soprattutto dalle aree extra-UE, cui gli operatori del settore dovranno guardare con sempre maggiore determinazione, nell’attesa che riparta qualche segnale favorevole dal mercato nazionale.

 

 

 

 

 

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