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Marenzi: “La Germania fa ostruzionismo sulla difesa del made in”

marzo 9 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

Dopo dieci anni di battaglie infruttuose e vane, la moda italiana dà sfogo al suo risentimento sul delicato tema del “Made in”. In occasione della presentazione del bilancio 2014 per il comparto del tessile-abbigliamento, Claudio Marenzi, il presidente di SMI-Sistema Moda Italia, l’associazione degli imprenditori del settore, ha espresso la sua amarezza alla stampa, accusando la Germania di bloccare ogni tentativo volto a rendere obbligatoria l’etichettatura d’origine per i prodotti commercializzati nel mercato dell’Unione Europea.

“E’ da più di un mese che cerco disperatamente di ottenere un appuntamento con la mia omologa tedesca (Ingeborg Neumann, che dirige la Gesamtverband, ndr.) per discutere di questo tema, ma lei continua a posticipare il nostro incontro”, critica Claudio Marenzi.

L’Europa è la sola regione in cui l’etichettatura d’origine non è obbligatoria, mentre lo è nei principali mercati concorrenti dell’UE. Stati Uniti e Cina, per esempio, già da molto tempo applicano sul proprio territorio una norma che stabilisce la denominazione di origine per i prodotti manufatti provenienti dall’estero. L’Unione Europea, invece, non offre questa garanzia ai consumatori. E sono in particolare la Germania e i Paesi del Nord Europa ad opporsi all’adozione di tale regolamento.

“Il settore del tessile-abbigliamento in Italia ha perso 96.000 posti di lavoro tra il 2008 e il 2013, un terzo dei quali direttamente a causa di questa situazione, vale a dire circa 30.000 impieghi che potrebbero essere ricreati se il regolamento del “Made in” fosse reso obbligatorio in Italia e in Europa”, stima il presidente di SMI, che è anche il proprietario del marchio di piumini Herno.

“Io applico già questa regola nella mia azienda, distinguendo bene, sulle etichette del mio brand, il 70% di prodotti Made in Italy e il 30% Made in Romania che realizzo. Il mercato non mi ha mai penalizzato per questo. Al contrario, questa trasparenza mi ha dato credibilità. Se si vuole avere un prezzo competitivo su alcuni prodotti, non si può fare a meno di produrre altrove, i clienti lo capiscono. Tutto questo oggi rientra nell’ambito della normalità”, spiega.

Alla fine, la delusione più grande per i produttori italiani del mondo della moda è venuta soprattutto dall’attuale governo, che accusano di non averli adeguatamente e sufficientemente sostenuti in questa battaglia (vedi lo sterile semestre italiano di presidenza europea della seconda metà del 2014, che non ha portato nessun risultato veramente apprezzabile e degno di questo nome).

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