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Confindustria Toscana Nord: ecco la squadra di Grossi e il suo intervento (integrale) di insediamento

maggio 6 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News, Prato

L’assemblea di Confindustria Toscana Nord, convocata oggi a Lucca nella Chiesa di san Francesco, ha eletto Giulio Grossi alla guida dell’associazione per il prossimo biennio di mandato.

Con lui, i soci hanno votato i due vicepresidenti Daniele Matteini, con delega a innovazione, ricerca e sviluppo, e Andrea Tempestini, con delega al fisco.

La squadra è completata dai consiglieri delegati Francesco Marini (internazionalizzazione e crescita) e Cristiana Pasquinelli (education). A Stefano Varia, già membro di diritto del Consiglio di presidenza in quanto presidente di Ance Toscana Nord, è stata attribuita la delega per le infrastrutture.

La presidenza Grossi ha ricevuto amplissimo gradimento ottenendo il 99% dei 5.897 voti espressi.

Il presidente neo eletto ha ringraziato i colleghi per la fiducia che gli hanno accordato e ha ringraziato Andrea Cavicchi, che ha gestito il periodo transitorio immediatamente successivo alla fusione.

“Confindustria Toscana Nord è una grande associazione, fatta di imprese e di imprenditori di valore – ha aggiunto Grossi – Sono onorato di essere chiamato a presiederla e sono convinto che all’avvio positivo della sua attività farà seguito uno sviluppo di attività e di progettualità importanti. Conto sul contributo di tutti i colleghi.”

Ecco il suo intervento integrale durante la parte pubblica dell’Assemblea.

“In Europa con l’obiettivo della crescita”

Buon pomeriggio a tutti e benvenuti alla parte pubblica della nostra Assemblea.

Ringrazio in primo luogo i nostri relatori: il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani e Stefan Pan, Vice Presidente di Confindustria e Presidente del Consiglio delle Rappresentanze regionali e per le Politiche di coesione territoriale. Stefan Pan in Confindustria è di casa; al Presidente Tajani va un ringraziamento particolarmente sentito per aver trovato la possibilità di stare oggi con noi.

Ci rivolgiamo a lui per l’importante ruolo che ricopre e per la sua particolare sensibilità ai temi a noi cari, essendo stato per cinque anni Commissario europeo all’Industria. Ci rivolgiamo a Stefan Pan per sapere cosa sta facendo Confindustria e qual è la sua posizione su un tema così centrale per le imprese quale è l’Europa.

Ringrazio anche i nostri ospiti, in particolare le molte autorità che hanno accolto il nostro invito a partecipare alla prima assemblea elettiva della nostra associazione.

Voglio presentarvi brevemente Confindustria Toscana Nord, un’associazione di imprese che nasce dall’aggregazione delle associazioni industriali di Lucca, Pistoia e Prato. Nel nostro territorio hanno sede il 32,1% degli stabilimenti industriali della Toscana e vi lavorano il 28% degli occupati manifatturieri. Le attività economiche producono il 23% del valore aggiunto totale della regione (22,3 miliardi di euro); le costruzioni il 26,6%, il manifatturiero il 25,2 e i servizi il 22,3%.  L’export del manifatturiero è di 6,7 miliardi di euro e rappresenta il 22% di quello toscano. Le caratteristiche delle industrie sul territorio sono diverse: a Prato il 90% dell’occupazione manifatturiera si concentra in piccole imprese, a Pistoia l’80%. A Lucca e Pistoia il 18% dell’occupazione manifatturiera si concentra nelle medie imprese. La grande impresa è presente a Pistoia e a Lucca.

Il territorio comprende eccellenze del made in Italy:  il distretto cartario realizza il 75% del totale nazionale della carta per usi igienici e sanitari e il 45% del cartone ondulato (6% della produzione europea); i maggiori produttori di filati per maglieria di lusso e tessuti di alta gamma e per usi tecnici, sono pratesi; il polo della nautica da diporto di Viareggio ha un indice di specializzazione imprenditoriale altissimo; a Pistoia si producono treni, metro, tram ad alta velocità venduti in tutto il mondo; si ha una forte specializzazione nell’estrazione e lavorazione di materiali lapidei a Lucca, così come nella meccanica, declinata in vario modo nei territori: macchine per cartiere a Lucca, macchine per l’alimentare e ferrotranviario a Pistoia, macchine per il tessile a Prato.

Ho l’onore di essere Presidente di questa importante associazione di imprese da meno di un’ora e ringrazio i colleghi che mi hanno eletto, anche adesso pubblicamente, dopo averlo fatto nella parte privata dell’Assemblea.

Veniamo adesso al tema dell’assemblea. Il titolo che le abbiano dato contiene due parole chiave: Europa e crescita.

Il quesito che oggi ci poniamo è se questi due termini possano o meno stare insieme, marciare di pari passo; oppure c’è contraddizione tra di loro?

Cosa significa stare in Europa: il processo di unificazione iniziato 60 anni fa ci ha portato pace e di conseguenza benessere, coesione sociale e stabilità. Questi sono fattori fondamentali per lo sviluppo economico e sociale del nostro paese e quindi del nostro territorio: valutiamoli di fronte alle minacce e ai fattori di destabilizzazione che attraversano il mondo oggi.

L’Unione Europea ha significato e significa anche cultura transnazionale: contatti, scambi, contaminazioni. L’istituzione del mercato unico ha permesso a noi, alle nostre merci, ai nostri capitali di circolare liberamente e ciò è stato un formidabile volano per lo sviluppo economico.

Nell’ambito di questa Europa il tema che sta a cuore a noi imprenditori è la crescita, una priorità assoluta per le nostre imprese affinché possano svolgere il ruolo di motore per lo sviluppo del sistema economico.

Quello delle nostre imprese è un ruolo centrale che permette lo sviluppo del mercato del lavoro, dei capitali, della tecnologia, che consente di sostenere il settore pubblico attraverso il pagamento di imposte, tasse e contributi.  Si crea un circolo virtuoso, se l’impresa cresce e prospera; altrimenti si ha stagnazione e crisi. Crescita nel rispetto delle regole, delle norme di legge, nel rispetto dei nostri collaboratori, della loro salute e dell’ambiente. Crescita in Europa, ma crescita!

La situazione economica europea mostra segni di ripresa ma dietro i segnali positivi c’è un quadro molto differenziato.

Alcuni paesi crescono di più, altri sono quasi fermi. E’ sempre attuale lo spettro del default greco; il divario dei tassi tra bund tedeschi e titoli greci, italiani e francesi è sempre in movimento e specchio dei fossati strutturali che dividono l’Eurozona; oltre a ciò, a creare incertezza sul futuro della stabilità politica dell’area contribuiscono i movimenti antieuropeisti olandesi, francesi ed italiani e l’esempio della Brexit.

L’Italia ha un debito pubblico enorme, non è cresciuta negli ultimi quindici anni e soprattutto sta crescendo poco. Il governo nel suo DEF parla dell’1,1% di crescita del Pil nel 2017 e dell’1% nel 2018; altre fonti dicono che le percentuali sono inferiori. Si consideri che la media dell’area euro è superiore di 5-6 decimali.

Ci dovremo quindi interrogare su come dovranno essere gestiti politicamente questi paesi europei, tra cui l’Italia, con bassa crescita del Pil, con un progressivo innalzamento dell’età dei suoi abitanti, con politiche di risanamento dei bilanci pubblici che continueranno a deprimere i consumi interni e con un eccesso di rigore imposto dalle autorità europee.

Ed è qui che torniamo al tema di oggi: si può avere crescita ed Europa oppure stanno diventando termini in antitesi?

Affinché Europa e crescita possano “marciare” insieme, all’Unione Europea si chiede la massima attenzione per l’industria e nello specifico per il manifatturiero, che noi consideriamo la chiave per la ripresa economica; abbiamo visto quanto è importante per le nostre tre province.

L’Europa può promuovere le condizioni affinché le imprese possano essere più competitive, creare più posti di lavoro e stimolare l’innovazione.

L’Europa può ridurre gli ostacoli agli scambi commerciali, ed evitare che se ne creino di nuovi per ottenere un mercato basato sulla trasparenza e su regole semplici e coerenti.

Un esempio è il CETA, a cui anche Confindustria ha applaudito, è l’accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Canada che prevede l’eliminazione di gran parte delle tariffe doganali (98%), costituisce un esempio virtuoso per produrre accordi simili e rafforza i rapporti commerciali tra questi paesi.

Riteniamo che il rinato protezionismo sia la causa, assieme a fattori strutturali, della decelerazione del commercio mondiale a cui abbiamo assistito negli ultimi cinque anni.

Tra i capitoli fondamentali aperti per le imprese italiane e in particolare del nostro territorio.

L’etichettatura di origine dei prodotti del tessile-abbigliamento, del settore mobili e delle calzature? Questo è un problema che sta veramente a cuore del manifatturiero del nostro territorio ed è un punto di forza del Made in Italy! Possibile che si debba rinunciarvi?

Invochiamo trasparenza e strumenti che consentano al consumatore di scegliere consapevolmente ciò che compra considerando, tra l’altro, il luogo o i luoghi di produzione; cosa che nel settore alimentare per fortuna è un tema sentito e la tracciabilità è almeno in buona parte una realtà.

Sul tema dell’etichettatura di origine solo il Parlamento europeo, l’organo eletto direttamente dai cittadini, ha dato parere favorevole, manifestando attenzione per i consumatori; poi il dossier è finito su un binario morto.

Nei giorni scorsi sempre il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione, non vincolante, in cui l’Unione Europea dovrebbe garantire che i paesi esportatori di prodotti tessili con accesso preferenziale all’UE rispettino standard sociali ed effettuino produzioni tessili sostenibili. Noi tutti imprenditori tessili ci auguriamo che la Commissione recepisca questi nuovi indirizzi e abbia su questi più sensibilità di quanto non ne abbia avuta per l’etichettatura di origine.

Un altro tema molto sentito dalle imprese, soprattutto le pratesi del settore moda, è l’origine preferenziale, cioè il riconoscimento della provenienza europea (o di paesi che con la Ue hanno accordi particolari) dei prodotti, condizione questa che dà la possibilità di godere di trattamenti doganali agevolati. Il nodo cruciale è la definizione delle lavorazioni necessarie perché l’origine preferenziale venga acquisita. Senza entrare in tecnicismi, occorre che l’Unione Europea sia consapevole che le produzioni italiane ed europee rischiano penalizzazioni sia con criteri troppo restrittivi sia con eccessivi allargamenti delle maglie.

Ma dal punto di vista della concorrenza internazionale il tema forse più rilevante è oggi l’attribuzione o meno alla Cina dello status di economia di mercato. Se tale riconoscimento le fosse conferito, potremmo dare l’addio definitivo agli strumenti di difesa commerciale che un qualche sollievo ce lo hanno fin qui dato: di fatto, si aprirebbe la strada al dumping incontrollato. Qualche buon risultato è stato conseguito due giorni fa dal Consiglio europeo, grazie anche all’impegno del ministro Calenda; confidiamo nel Parlamento per sviluppi ancor più positivi.

All’Unione Europea diciamo: resistete, opponetevi. La Cina non ha di fatto quello status e non deve averlo nemmeno di diritto.

Altro problema è il cortocircuito fra norme europee e loro recepimento in Italia.

Recepire norme europee, soprattutto su aspetti sostanziali, non può tradursi né nel cosiddetto gold plating, ossia nell’usare un rigore maggiore di quello richiesto dall’Europa, né in una sovrapposizione alle norme precedenti non armonizzata e non correttamente integrata: altrimenti si produce ulteriore caos legislativo e si penalizzano le imprese. In questi casi occorrerebbe che fosse la stessa Unione Europea a vigilare sul corretto ed efficace recepimento delle sue direttive e, se necessario, ad applicare sanzioni.

Il caso dell’edilizia (settore molto importante per il nostro territorio) è esemplare: il Codice degli appalti ha recepito le direttive europee in termini così restrittivi da rendere pressoché impossibile il subappalto nei contratti pubblici. ANCE ha presentato un esposto alla Commissione Europea e la Direzione generale Mercato interno le ha dato ragione, formulando un richiamo al Governo. Richiamo però inascoltato: anzi, il decreto correttivo al Codice degli appalti, pochi giorni fa, ha introdotto ulteriori restrizioni. Così l’edilizia continua a soffrire una crisi senza fine, stretta fra eccessi di paletti per i subappalti e viceversa scarsità di paletti per gli affidamenti diretti nelle procedure negoziate sotto un milione di euro, con le stazioni appaltanti che si sottraggono all’imbarazzo ricorrendo ai sorteggi. Con buona pace di professionalità, qualificazione e merito. Una pratica, quella del sorteggio, che si fatica a ritenere in linea con i principi comunitari di libera concorrenza e rotazione: anche su questo punto, così come sulle restrizioni per i subappalti, ci si aspettano interventi incisivi dell’Unione Europea.

Un po’ diversa ma ugualmente critica è la situazione per l’energia e il gas. Fra le nostre aziende se ne contano molte energivore tra le cartiere lucchesi e molte lavorazioni tessili pratesi. Tutte scontano un pesante aggravio di costi, intorno al 30%, rispetto ai loro principali concorrenti e si devono organizzare in proprio, con consorzi e gruppi di acquisto (la nostra associazione è molto attiva in questo ambito), per limitare i danni.

Per le utenze industriali di gas rimane un gap significativo a danno dell’Italia. Il ministro Calenda sta lavorando per lo sviluppo e la promozione dell’Italia come hub del gas europeo, avendo come obiettivo economicità, diversificazione degli approvvigionamenti e maggior sicurezza per tutta Europa.

Con riferimento all’energia elettrica, un aspetto cruciale è quello del riconoscimento dello status di azienda energivora, con i conseguenti abbattimenti su oneri di sistema e accessori. Sono stati fatti dei passi avanti significativi, ma è proprio su questo fattore che si realizza il cortocircuito fra direttive europee e norme italiane. Fra limiti imposti dall’Unione Europea e tetti introdotti dall’Italia siamo arrivati a penalizzare un po’ tutti: le imprese di medie dimensioni perché non rientrano nella percentuale prevista di costi energetici rispetto al fatturato e le imprese più piccole perché non arrivano alla soglia di consumi necessaria. E anche le imprese che rientrano in entrambi i parametri non hanno, per la legge italiana, vantaggi sul versante delle accise. Ma non basta: una ulteriore restrizione potrebbe arrivare dall’Unione Europea, visto che si profila la possibile esclusione dalle agevolazioni per le imprese non esportatrici, indipendentemente dagli altri parametri. Una eventualità quest’ultima che ci auguriamo venga scongiurata. Va aggiunto che l’imponente sviluppo delle fonti rinnovabili ha radicalmente modificato la struttura di mercato. Su questo piano Confindustria lavora efficacemente, promuovendo una riorganizzazione dell’assetto regolatorio, prima dell’insorgere di nuovi costi per tutte le nostre aziende. Fondamentale sarà infine garantire a tutti i comparti industriali l’accesso alle migliori condizioni di mercato in modo trasparente ed efficiente, fornendo il necessario supporto in tema di deontologia contrattuale e qualità della fornitura elettrica, problemi molto sentiti da tutti i settori manifatturieri.

Per rifiuti, scarichi idrici e rumore in ambiente esterno la situazione non è molto diversa: norme europee si sovrappongono a quelle italiane ed entrambe si applicano a un tessuto produttivo che ha sue peculiarità.

Le responsabilità delle penalizzazioni che subiscono le nostre aziende hanno varie origini.

Qualche volta viene fatto carico all’Unione Europea, alla moneta comune e perfino alla BCE anche di problemi e difficoltà che non competono affatto a loro e che risiedono invece nella dimensione nazionale e regionale.

E’ emblematico il caso della scarsa fruizione dei fondi europei da parte dell’Italia.

Dei 73,6 miliardi di euro teoricamente disponibili nel programma 2014-2020 fra finanziamento europeo e cofinanziamento nazionale, l’Italia ha utilizzato a ora solo 880 milioni: la responsabilità di questo incredibile spreco non è europea.

L’Italia spreca risorse e opportunità che sarebbero essenziali per favorire la crescita.

Vi sono problemi che non competono all’Europa e risiedono nella nostra dimensione tutta italiana. Li ripetiamo di anno in anno, di assemblea in assemblea; problemi che colpiscono il nostro orgoglio di imprenditori italiani e che ci lasciano spesso indietro rispetto ai nostri colleghi all’estero. Vanno dal fisco alla giustizia, alle infrastrutture e a molti altri; ma in particolare alla ingessatura complessiva della governance del nostro paese.

Occorre scrollarsi di dosso le troppe incrostazioni che ci bloccano e che ci impediscono di crescere come potremmo e vorremmo.

La nostra natura di associazione territoriale ci propone come interlocutori principali gli enti locali, Regioni, Province, per le competenze rimaste, e Comuni, ma anche i rappresentati del Parlamento nazionale.

La nostra intenzione è di cercare sempre il confronto con questi soggetti in particolare in tema di politiche del territorio, infrastrutture, ambiente, strumenti a supporto delle attività produttive.

Cito solo qualche esempio: in merito alla depurazione delle acque la sinergia con enti come la Regione ha dato il meglio di sé, con accordi di programma e iniziative che dalla dimensione locale hanno coinvolto anche le istituzioni nazionali ed europee. Un tema come la gestione dei rifiuti, però, presuppone un impegno ancor più forte delle istituzioni, e non solo da parte del legislatore che è chiamato a recepire le indicazioni dell’Europa e interpretarle in chiave nazionale in maniera lineare: occorre anche che gli amministratori si pongano seriamente il problema degli impianti di smaltimento.

Devo dare atto che, in questo caso, l’impegno delle nostri aziende è grande: ce lo dimostrano dati di fatto quali le certificazioni Emas del distretto tessile e cartario.

Ed è importante, più in generale e richiamando di nuovo l’Europa, che si colgano pienamente e tempestivamente tutte le opportunità a nostra disposizione. Siamo in attesa ad esempio dei bandi della Regione Toscana per ricerca e sviluppo: qualcosa sui finanziamenti regionali si è mosso nei giorni scorsi, confidiamo in una rapida evoluzione di questo capitolo, anche come supporto agli investimenti alle imprese in direzione di Industria 4.0.

Per concludere torno al quesito iniziale: si può crescere in Europa?

Penso che l’Europa sia un valore politico ed economico imprescindibile e indiscutibile nella sua esistenza. E penso che sia un valore per tutti noi imprenditori del nostro territorio, più vicino di quello che pensiamo. E’ una straordinaria opportunità che dobbiamo cogliere al meglio per consentire lo sviluppo del nostro sistema economico e delle nostre imprese

Cerchiamo però di limitarne le criticità e per questo, sui temi tecnici che ho citato la nostra associazione e le nostre aziende, sono disponibili a portare un contributo diretto.

L’occasione di questa Assemblea è un modo per noi di proporci anche in questa funzione.

Penso che stia alle istituzioni europee, nazionali e locali, ciascuna con le proprie prerogative, creare le condizioni ottimali perché questo sviluppo economico avvenga.

Spetta in particolare alle istituzioni europee operare per sanare le asimmetrie che si sono create quanto a condizioni di competitività fra paesi diversi.

Noi imprenditori dobbiamo avere, a nostra volta, un ruolo attivo nelle nostre imprese, che è quello di cercare di intercettare le opportunità che ci vengono dal cambiamento. Attenzione all’innovazione tecnologica, propensione all’export, orientamento verso l’alta gamma dei prodotti, produzioni sostenibili: queste sono le scelte che si sono rivelate vincenti per chi già le adotta.

La nostra associazione nasce da una fusione che, a poco meno di un anno e mezzo dalla sua realizzazione, può considerarsi fresca ma già ben consolidata, e che ci ha portato miglioramenti in termini di efficienza di servizi alle imprese. Nella stessa direzione, e con gli stessi obiettivi, si sta muovendo tutto il sistema Confindustria: basti citare il caso della neo-costituita Confindustria Moda, ma l’indirizzo è generale.

Questa è la dimostrazione che noi imprenditori amiamo e crediamo nelle unioni e non nelle divisioni. Ci crediamo a tutti i livelli a cominciare dal rapporto con enti e organizzazioni locali, ai quali cerchiamo di portare il nostro contributo auspicando che vi si applichi il massimo spirito di collaborazione.

 

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