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Internazionalizzazione e tessile/moda: tutti ne parlano, quasi nessuno lo fa

giugno 8 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

L’unico modo, si dice, per rilanciare la moda “made in Italy” è approdare in modo massivo sui mercati esteri ed emergenti. Il termine internazionalizzazione è diventato di uso comune e tutti ne parlano con disinvoltura, ma la questione è più complessa di quanto si creda e molte iniziative restano specchietti per allodole.

Internazionalizzazione è una parola che recentemente è salita agli onori delle cronache e come molti vocaboli che indicano una cosa importante, quanto non meglio conosciuta e definita, viene spesso utilizzata a sproposito per indicare cose non sempre attinenti al vocabolo, da persone non sempre preparate o anche solo informate di quello di cui stanno parlando, a volte al solo scopo di creare interesse presso clienti professionali alla ricerca di soluzioni imprenditoriali e lavorative.

Internazionalizzazione è il termine che dovrebbe indicare il processo di penetrazione ed insediamento dell’attività (commerciale, oltre che produttiva) in mercati esteri, prevalentemente extra continentali. Una risorsa imprescindibile per un settore naturalmente improntato all’export e vittima di un mercato interno fermo e troppo inaffidabile. Purtroppo, però, l’internazionalizzazione non è cosa per le aziende tessili italiane, pare, almeno per ora e almeno nei canali ufficiali, che offrono questa grande ed attraente soluzione, ma, concretamente solo per settori produttivi, diversi dal tessile e lontani anni luce dal fashion e non affrontano in modo efficace le problematiche e le istanze di cui il settore moda necessita per essere introdotto ed inserito correttamente su altri mercati.

Gestire la vendita di progetti moda (ormai è chiaro che l’internazionalizzazione sia utile principalmente a progetti finali, indirizzati al retail qualificato e sempre meno a realtà produttive intermedie, che all’estero pagano definitivamente la propria non competitività) richiede competenze specifiche solitamente peculiari, che spaziano dal marketing agli aspetti più legati alla creatività, poiché diverse sono le categorie, le fasce di mercato e clientela e le sfumature che un progetto rappresenta e la convivenza di diversi progetti moda all’interno della stessa proposta internazionale dipende unicamente da questi aspetti, molto aleatori, spesso intangibili.

Mentre internazionalizzare aziende del settore tecnologico, o meccanico risulta ottimale e gli aspetti richiesti per ottenere risultati efficaci sono le specifiche di prezzo, qualità e funzionalità, per cui un ottimo prodotto meccanico, dal buon rapporto prezzo-qualità e dal funzionamento certificato certamente avrà ottime possibilità di inserimento su nuovi mercati, il prodotto moda dipende anche dalle tendenze, dal gusto della clientela indigena e dalle esigenze climatiche e culturali, in un insieme di fattori difficili da interpretare e ostacolanti il processo di internazionalizzazione comune (e siccome molto spesso l’unico modo di fare approdare le piccole imprese a nuovi mercati è quello di raggrupparle, per il settore moda questo aspetto rimane normalmente inaffrontato da chi opera nell’internazionalizzazione).

In questo modo, proprio uno dei settori che più necessiterebbe di internazionalizzazione e che più offrirebbe chances di riuscita (perché particolarmente richiesto nelle fasce alte di mercato e riconosciuto come eccellenza made in Italy a livello planetario) rimane relegato all’elencazione dei settori da internazionalizzare, ma raramente approda a progetti concreti ed efficaci, se non a patetici tentativi di organizzare fiere estere, del tutto prive di interesse e senza avere una base di contatti utile ed una rete di collaborazioni che possano fornire un adeguato customer service sulla clientela estera, eventualmente attivabile.

E’ auspicabile, nel tentativo di rilancio dell’economia italiana, che un settore trasversale a tutte le regioni e che rappresenta una importante percentuale del comparto manifatturiero nazionale, nonché uno dei capisaldi della reputazione italiana nel mondo, possa trovare enti e soluzioni atti ad una reale ed efficace internazionalizzazione, che non siano, come troppo spesso accade oggi, inutili organizzazioni di “viaggi della speranza” più volti a rastrellare adesioni e quote di iscrizione che a fornire soluzioni utili e fruttuose alle aziende interessate.

Paolo Galli

(paologalli.biz)

 

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