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La Fashion Valley Emilia e la sfida ai colossi della moda a basso prezzo

ottobre 5 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Carpi, News

E se una risposta alla spada di Damocle che incombe sul tessile abbigliamento nostrano (i colossi che puntano al fast fashion, dando al cliente un prodotto proporzionale a quanto gli si chiede di pagarlo) fosse nell’idea della Fashion Valley emiliana di cui si è parlato durante l’estate?

E’ strano che non si siano avuti riflessi locali dell’incontro avvenuto a Bologna a luglio fra associazioni di categoria, Regione e Governo con l’Assessore regionale alle attività produttive, Palma Costi, e il Sottosegretario all’Economia e Finanze, Paola De Micheli. In compenso, vi ha dedicato un ampio resoconto il Sole 24 Ore in un servizio pubblicato qualche settimana fa dal titolo “Nasce la fashion valley emiliana. Progetto regionale per rilanciare il settore che dal 2003 ha dimezzato la produzione”.

Al di là delle sigle e degli slogan, che cosa c’è da aspettarsi da questa che non è altro che la presa d’atto dell’esistenza di un settore che, accanto a industria agroalimentare, motoristica, biomedicale, costituisce uno dei punti di forza del sistema economico regionale? E che sta soffrendo più degli altri avendo perso dal 2003 a oggi il 42 per cento della produzione e il 15 per cento delle imprese?

Per capirlo, occorre partire da un dato di fatto che nessuno mette più in discussione. Il cambiamento della nozione stessa di moda, sempre più convertita al prezzo basso in cambio di una qualità non eccelsa, ma accettabile, lo hanno colto con più rapidità i grandi brand internazionali come Zara, H&M, Primark e i produttori cinesi di Prato che non i distretti della moda emiliani, attardati a livello manifatturiero su modalità di lavoro incompatibili con le richieste dei brand, anche locali, lanciati all’inseguimento di quel modello di consumo. Che cosa ci sia alla base di questa moda di qualità non sublime, ma accettabile soprattutto in relazione al prezzo, abbiamo provato a spiegarlo più volte su queste colonne: grandi volumi negli acquisti di tessuto, con sconti sui costi che si riflettono sull’intera catena del valore; negozi che funzionano più come centri di riassortimento continuo della merce al punto da trasformare in magazzinieri i commessi; interpretazione e imitazione delle tendenze, così da bypassare tutto quello che è stilismo, invenzione e programmazione, con i relativi costi.

Ecco, ma che cosa può fare, di fronte a tutto questo, la vagheggiata Fashion Valley emiliana? Intanto, poiché c’è un bel po’ da studiare per abbassare i costi di una moda che non voglia rinunciare alla qualità medio alta che si accompagna alla nozione di made in Italy, varrebbe la pena investire in ricerca e innovazione. E l’Emilia può mettere in campo, oltre a due atenei come l’Alma Mater e l’Unimore, fondazioni private come la Modateca Deanna di San Martino in Rio, che custodisce e mette a disposizione degli addetti ai lavori di tutto il mondo archivi di collezioni, prototipi di maglieria, tecniche. O come l’Angelo Vintage Archive di Lugo, con i 120 mila fra capi e accessori dell’ultimo secolo raccolti in tutto il mondo da Angelo Caroli. E c’è anche da ricordare la Fondazione Masotti (ex La Perla) che ha investito 15 milioni di euro nel vecchio stabilimento di Bologna per valorizzare l’identità dei distretti tessili emiliano romagnoli. Peccato solo che quando si parla di Carpi, citata a più riprese nell’articolo del Sole 24 Ore come distretto della maglieria e matrice di Blumarine, TwinSet e Liu•Jo, non venga fuori il progetto del Labirinto della Moda, mentre  l’assessore Costi parla ancora di Citerà: ma la colpa non è solo di chi guarda da fuori… Ecco: se non è da centri siffatti e dalle università che possono venire fuori nuove idee, a partire dai tessuti hi-tech che inventano dappertutto, meno che dalle nostre parti, c’è da chiedersi a che cosa servano tante risorse pubbliche e private investite.

Secondo puntello ricavabile da una Fashion Valley emiliana: massa d’urto per ottenere le mai concesse – finora – agevolazioni fiscali sui campionari. “Rinnoviamo le collezioni quattro volte l’anno, ma la ricerca di nuovi materiali, processi, campionari non gode di alcuna agevolazione fiscale”, scrive sempre il Sole, riportando le parole di Matteo Spaggiari, contoterzista modenese per grandi brand. E poi: “Nel solo distretto di Carpi – aggiunge – facciamo 100 mila prototipi all’anno. Benetton 6 mila e ha un giro d’affari simile al nostro cluster (1,4 miliardi, dr.)”. Su questo non si può dire che la sottosegretaria De Micheli si sia sbilanciata più di tanto: ha parlato solo di “riconoscimento della specificità della filiera tessile” che spinge a identificare “specifiche misure di sostegno”. Tutto qui.

Viene infine la formazione, a proposito della quale l’assessore Palma Costi ha sottolineato l’esigenza di “mettere a sistema” i vari centri che già esistono, aggiungendovi, improvvidamente, il “nuovo campus del fashion di Carpi”, chiuso in realtà da qualche anno, mentre avrebbe potuto citare Carpi Fashion System con Formodena.

In sostanza, l’Emilia del tessile abbigliamento ha i centri e le caratteristiche dei poli ai quali si applica normalmente il termine Valley: deve solo rendersene conto e lavorare per aggregare, superando localismi e gelosie territoriali. A scala di Carpi, si potrebbe dire esattamente la stessa cosa.

(Floro Magnanini per La Voce di Carpi)

 

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