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La Moda è il motore del made in Italy

febbraio 24 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

La moda italiana è sempre un fenomeno, persino in un periodo in cui tutto sembra remare contro dal punto di vista economico. Perché le aziende del settore continuano ad andare bene e battono per ricavi, margini e aumento di dipendenti la grande industria della Penisola. I dati arrivano dal Centro studi di Mediobanca, che ha analizzato i risultati delle maggiori società del settore dal 2009 al 2013 (l’anno degli ultimi bilanci disponibili). E se i ricavi della grande industria italiana sono calati nel 2013 dell’1,9%, quelli delle 135 maggiori aziende di moda (incluse 15 di distribuzione al dettaglio) sono cresciuti dell’1,4%. Addirittura meglio hanno fatto le top 10, la crème de la crème del made in Italy, i cui ricavi sono andati su del 4,4%. Questo è solo uno degli indicatori, perché poi anche tutti gli altri mostrano aziende che battono le medie del resto del settore manifatturiero.
Il merito, vedremo, si riassume in una sola parola: export. Ma è un insieme di fattori, su cui per sua natura lo studio di Mediobanca non indaga, ad aver portato a questo successo nel mondo. E se c’è chi pensa che il rapporto fra ricadute sull’economia italiana e successo economico-finanziario sia inferiore rispetto ad altri settori, in futuro ci potrebbe essere un riequilibrio: finora abbiamo assistito a una certa delocalizzazione delle produzioni del fashion, il trend però potrebbe invertirsi sensibilmente e l’artigiano della moda tornare a essere una figura richiesta, con un ritorno dei giovani com’è accaduto con le campagne e le coltivazioni di eccellenza.

«La componente export», spiega Salvo Testa, docente di fashion management dell’Università Bocconi, «è sempre in aumento e traina la crescita dei fatturati della moda. Questo è dovuto a diversi fattori. Il fenomeno moda è per sua natura globale e il modello italiano è diventato modello di riferimento in tutto il mondo: nei mercati internazionali hanno successo i prodotti di alta gamma anche a prezzi più elevati della media e su questa fascia l’Italia non ha competitor. Le aziende del settore hanno saputo sfruttare tutto questo, sviluppando per tempo la propria presenza commerciale all’estero: dalla Cina al Sud Est asiatico, al Sudamerica, senza dimenticare gli Stati Uniti, che per primi fra i paesi occidentali sono usciti dalla crisi e hanno dato un grosso contributo alla crescita, soprattutto ultimamente con il rafforzamento del dollaro. I famosi mercati emergenti, con la crescita nuovi ricchi, poi, comprano esclusivamente prodotti di fascia alta».
Nel 2013 le 120 aziende manifatturiere dell’aggregato più grande considerato da Mediobanca, hanno fatturato 49,6 miliardi di euro, il 56,6% dall’estero, mentre i ricavi dall’export delle sole top 10 sono molto più alti, con picchi del 92% per Zegna, 89,3% per Ferragamo, 88,3% per Otb (Diesel & co.), 85,3% per Valentino, 84,6% per Prada, 79% per Armani e 78,6% per D&G. Occhiali (74,3%) e pelletteria (68%) sono i segmenti che vendono di più fuori dall’Italia. In ogni caso, nell’arco dei tre anni è cresciuto il fatturato estero di tutti i segmenti.

Guardando qua e là fra i numeri dello studio, che è ovviamente molto ricco di comparazioni, si nota come gioiellerie e tessile siano gli unici due segmenti in calo nel 2013 (-7,2% e -2,9% rispettivamente).
Per quanto riguarda le aziende, invece, sempre nel 2013 i maggiori incrementi di fatturato sono stati realizzati da Valentino (+21%), Ferragamo (+9%) e Prada (+8,8%). Inferiori al 5% le progressioni di OTB (+4,8%) e Armani (+4,5%). Le uniche flessioni hanno interessato Max Mara (in misura minima, -0,4%) e Miroglio (-6,2%).
Allargando lo sguardo al 2009-2013, la crescita dei ricavi è considerevole: +32,4% per tutto l’aggregato (+33,7% la manifattura, +22,6% la distribuzione), fino ad arrivare ai 55,2 miliardi, mentre le top 10 sono cresciute del 43,8%. Qui hanno più che raddoppiato Prada (+129,8%) e Ferragamo (+103,8%).
Ugualmente, anche la profittabilità e soprattutto la struttura finanziaria delle aziende della moda italiana battono quelle della grande industria, spiega Mediobanca: le società della moda appaiono molto più capitalizzate, con debiti finanziari pari a meno del 40% dei mezzi propri, percentuale che scende al 9% per le top 10.

«Sono abbastanza ottimista anche sul futuro della moda italiana. Soprattutto nei prodotti di fascia medio-alta e alta non abbiamo rivali nel mondo», continua Testa. «Tutto questo dipende da un sistema industriale e creativo così complesso e articolato che non è possibile riuscire a replicarlo tale e quale. I cinesi o gli indiani potranno nel tempo migliorare il livello qualitativo ma non al punto da farci concorrenza, manca la capacità di creare e inventare. È un aspetto culturale che richiede decenni».
Quello di cui invece potrebbe avere bisogno la moda italiana, secondo il docente della Bocconi, sono i giovani. E non tanto stilisti o manager: «Stanno rientrando in Italia sempre più lavorazioni che prima erano fatte all’estero, dove la manodopera sta diventando meno conveniente, basti pensare che anche i cinesi stanno cominciando a delocalizzare in Vietnam, Cambogia, Africa. Poi bisogna pensare che i nostri prodotti piacciono perché sono pensati e fatti in Italia ad alti livelli. Ecco perché, come c’è stato un ritorno alle campagne per prodotti di alto livello, ci dovrà essere un ritorno all’artigianato della moda».
Per ora, comunque, l’occupazione del settore è in crescita: è aumentata del 21,5% dal 2009 al 2013 nelle 135 aziende considerate, arrivando a oltre 299 mila unità (non necessariamente, comunque, tutte in Italia).

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