Moda, Tessile, Abbigliamento

La moda maschile italiana nel 2012-22 – Nota a cura del Centro Studi di Confindustria Moda per Sistema Moda Italia

giugno 18 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Economia, News

1. Il bilancio settoriale del 2021

Lasciatosi alle spalle un 2020 archiviatosi con un calo del -19,5%, nel 2021 il menswear ha sperimentato, come del resto la filiera Tessile-Abbigliamento nel suo complesso, un pronto recupero. Il bilancio 2021 della moda maschile italiana (aggregato che, si ricorda, comprende l’abbigliamento in tessuto, la maglieria esterna, la camiceria, le cravatte e l’abbigliamento in pelle) risulta, quindi, positivo con riferimento a tutte le variabili in esso monitorate e dimostra come il comparto abbia riagganciato il sentiero di sviluppo che si era bruscamente interrotto nel 2020.

Più in dettaglio, il fatturato settoriale è cresciuto su base annua del +15,2%, tornando così a superare i 9,4 miliardi di euro. A consuntivo, dunque, il risultato supera le stime rilasciate in occasione della scorsa edizione di Pitti Uomo (Gennaio 2022), allorquando si era stimata in via prudenziale una dinamica nell’ordine del +11,9%. La buona performance, tuttavia, non è stata sufficiente a colmare le perdite rispetto ai livelli del 2019: degli oltre 1,9 miliardi persi nel corso del 2020, resta ancora un gap di quasi 740 milioni (-7,3%). In altre parole, il turnover 2021 risulta inferiore del -7,3% rispetto a quello pre-pandemico. Del resto, non tutte le merceologie di cui si compone la moda maschile hanno sperimentato lo stesso slancio.

Solo la maglieria, vista la vivacità che ne ha caratterizzato la domanda nel modello di consumo post-pandemia, ha messo a segno un superamento dei livelli del 2019; all’opposto, confezione, camiceria e abbigliamento in pelle, nonostante le buone performance del 2021, sono rimasti al di sotto dei valori del 2019. Il segmento delle cravatte, infine, decelera sensibilmente rispetto al tasso di caduta accusato nel 2020, ma resta interessato da una dinamica riflessiva anche nel 2021.

A fronte delle suddette performance, guadagna punti quota nella struttura del turnover settoriale la maglieria uomo, che da un’incidenza del 33,4% del 2020 passa al 35,7% del 2021; allo stesso tempo, la confezione maschile cala dal 53,6% al 51,7%.

Ciò premesso, la moda maschile concorre comunque al 18,0% circa del turnover complessivamente generato dalla filiera Tessile-Abbigliamento a livello nazionale e al 27,0% circa della sola parte abbigliamento.

Nel corso del 2021 il valore della produzione (si ricorda che tale variabile si propone di stimare il valore dell’attività produttiva svolta in Italia, al netto della commercializzazione di prodotti importati) è stato caratterizzato da una dinamica molto favorevole, su tassi persino più vivaci rispetto a quelli del fatturato, chiudendo i dodici mesi a +18,4%. Anche in tal caso, tuttavia, il livello complessivo risulta inferiore a quello del 2019.

Con riferimento all’interscambio con l’estero, l’export ha mantenuto il suo ruolo di primo piano per la moda maschile italiana, concorrendo al 70,6% del fatturato. Su base annuale le esportazioni di settore fanno registrare una variazione del +13,4%, tornando a superare i 6,6 miliardi di euro. Allo stesso tempo, l’import sperimenta una variazione pari al +7,9% e si porta a 4 miliardi circa.

Nel confronto con i livelli pre-pandemici, le esportazioni presentano un divario del -5,5% (poco meno di 390 milioni), le importazioni del -13,9% (in valore assoluto quasi 650 milioni).

Viste le suddette dinamiche di export ed import, nel 2021 il settore sperimenta un aumento del saldo commerciale, che oltrepassa i 2,6 miliardi di euro, guadagnando poco meno di 500 milioni di euro nei dodici mesi.

Se si passa ora ad analizzare il mercato italiano, emerge un quadro altrettanto di recupero, ma ancora lontano dai livelli pre-pandemici. Con riferimento all’anno solare 2021, gli acquisti di moda maschile da parte delle famiglie residenti hanno assistito ad una “fisiologica” inversione di tendenza, dopo il crollo del 2020 (-30,1%), raggiungendo una crescita del +22,0%, come indicano le rilevazioni effettuate da Sita Ricerca per conto di SMI. Rispetto al valore del 2019, il sell-out è, tuttavia, inferiore del -14,7%.

Sempre con riferimento all’anno solare, tutti i segmenti qui considerati si sono mossi positivamente: la confezione (che concorre al 54,5% del sell-out di moda maschile) e la maglieria (26,6%) presentano degli incrementi rispettivamente del +19,7% e del +23,1%. Il sellout della sola camiceria (17,0% del mercato) cresce del +29,2%, mentre le cravatte segnano una dinamica pari al +14,7%, che porta il prodotto all’1,1% del mercato maschile. Infine, i consumi di abbigliamento in pelle (0,8% della moda uomo) hanno frenato il recupero al +6,8%.

Più in dettaglio, guardando alle performance per stagione, va sottolineato come nel corso della Primavera/Estate 2021, l’evoluzione del sell-out di moda uomo abbia risentito, inevitabilmente, della condizione di lockdown, che aveva interessato l’Italia nella corrispondente stagione del 2020. L’eccezionalità di tale momento storico, coinciso con lo scoppio della pandemia Covid-19 in Italia, condiziona l’esame dei risultati della P/E 2021, che, si ricorda, è stata altresì caratterizzata da alcune misure restrittive, pur meno intense rispetto a quelle messe in campo durante la prima ondata. Così, allo stop “forzato” ai consumi del 2020, fa eco nella P/E in esame un significativo (e in parte “fisiologico”) rimbalzo: la spesa di menswear a valore archivia una crescita del +45,0%: i tre comparti preponderanti – confezione, maglieria e camiceria – hanno mostrato ciascuno variazioni nell’intorno della media (ovvero comprese tra +43,8% e +46,5%), mentre cravatte e abbigliamento in pelle hanno avuto un mini-boom rispettivamente del +63,5% e del +90,6%, essendo del resto i segmenti che più avevano accusato il colpo nella P/E 2020. Nonostante simili performance, rispetto ai livelli di consumo della P/E 2019, il sell-out di menswear si è chiuso con un divario del -17,8%. Nella seconda parte dell’anno e fino al primo bimestre del 2022 (A/I 2021-22), i consumi si sono mantenuti vivaci ma in decelerazione, facendo registrare una crescita media del +31,4%. Tutti i comparti presentano dinamiche piuttosto simili, comprese tra il +38,6% della camiceria e il +30,1% della confezione uomo.

Rispetto ai valori raggiunti nell’A/I 2019, il gap si assottiglia e passa al -6,0%, ancora una volta grazie al maggior favore accordato ai tre comparti preponderanti.

Il 2022 si inaugura con la prosecuzione del trend positivo: scorporando dal dato dell’A/I solo il primo bimestre, si rileva un aumento del +23,3% per la confezione maschile, del +15,6% per la maglieria, del +27,7% per la camiceria; tassi oltremodo sostenuti caratterizzano il sell-out di cravatte (+39,1%) e confezione in pelle (+32,3%).

A livello di canale distributivo (si ricorda che tali dati, essendo disponibili per stagione, sono relativi al periodo compreso da marzo 2021 fino a febbraio 2022), il mercato uomo nazionale si conferma dominato dalle catene, la cui incidenza si assesta al 42,8% (-0,1 punti quota rispetto al periodo corrispondente 2020-21); il sell-out a valore intermediato da questo format ha del resto sperimentato un rimbalzo del +36,2%, in linea con la media del mercato.

Dopo il sorpasso avvenuto nel 2020, la GDO resta al secondo posto, con una quota del 21,7% (+0,6 punti quota rispetto al marzo 2020-febbraio 2021), sostenuta da un recupero degli acquisti nella misura del +40,6%. Si sottolinea in questa sede l’ottima performance del dettaglio indipendente, dopo il crollo del periodo pandemico (allorquando aveva archiviato una contrazione del -48,2%): nel settore uomo torna a raggiungere una quota del 20,7%, in aumento di ben 2,6 punti: il sell-out intermediato dal canale tradizionale è rimbalzato del +56,0%. Al contrario, l’on-line, dopo il boom della pandemia accusa una frenata della moda maschile, che porta a contabilizzare un calo delle vendite del -12,6%; ciò si traduce in una riduzione della quota: se dal 7,8% del 2019 era salito al 14,1% del mercato nel 2020, lo scorso anno si porta al 9,0% (-5,1 punti percentuali).

Nel periodo in esame, infine, tornano a crescere anche gli altri due retailer fisici ovvero ambulanti e outlet.

Nonostante simili performance, tuttavia, nel raffronto con il 2019 tutti i canali mostrano ancora un gap, pur di diversa entità; unica eccezione è proprio rappresentata dall’e-commerce, che supera comunque del +2,6% tali livelli.

2. Le performance sui mercati esteri nel 2021

Come anticipato nel commento del bilancio settoriale (dal quale però, si ricorda, sono esclusi i prodotti junior), nel corso del 2021 la moda maschile italiana ha prontamente assistito ad un cambio di passo nel trade internazionale: il commercio con l’estero di settore è tornato infatti interessato da dinamiche molto soddisfacenti. Come indicano i dati ISTAT, l’export dell’intero anno ha messo a segno un incremento del +13,4%, per un totale di circa 7,2 miliardi di euro, mentre l’import è cresciuto del +8,2%, passando a 4,9 miliardi di euro.

Nonostante la performance favorevole rispetto al 2020, la moda maschile non è riuscita tuttavia a colmare il divario con i livelli pre-pandemici; nel caso dell’export, i valori del 2021 risultano inferiori del -5,3% rispetto a quelli dell’anno 2019 (ovvero poco meno di 404 milioni in termini assoluti); più consistente risulta il gap in termini di import, pari al -13,4% (corrispondente a -756 milioni di euro circa).

Con riferimento agli sbocchi commerciali, si sottolinea come sia le aree UE sia quelle extra-UE si siano rivelate favorevoli per il comparto, pur su ritmi molto diversi, crescendo rispettivamente del +22,2% e del +7,1%. Il mercato UE copre il 45,1% dell’export totale di settore, mentre l’extra-UE risulta il maggior “acquirente” assorbendo il 54,9%. Analogamente, nel caso delle importazioni, dalla UE proviene il 45,3% della moda maschile in ingresso nel nostro Paese, mentre l’extra-UE garantisce il 54,7%.

Nel periodo in esame la prima destinazione del menswear made in Italy è risultata la Svizzera, in aumento del +15,1%, confermandosi così strategico hub logistico-commerciale per le principali griffe del settore; assorbe del resto il 12,2% del totale settoriale. Seguono Germania, a quota 11,2%, e Francia, a quota 10,7%, interessate entrambe da una dinamica superiore al +20%, rispettivamente pari al +21,1% e del +22,6%. Al quarto posto è balzata la Cina, superando gli USA, in virtù di un aumento medio annuo molto sostenuto, ovvero pari al +58,8%, per un totale di 523 milioni di euro (7,3% sul totale). Di contro, Hong Kong, in decima posizione, mostra una flessione dell’export italiano di comparto nella misura del -3,4%.

Analogamente a quanto rilevato per gli altri principali sbocchi, anche l’export verso gli USA, quinto mercato, è stato contraddistinto da una dinamica positiva, ma su ritmi meno “intensi”: archivia l’anno a +12,5%, assestandosi sul mezzo miliardo. La Spagna fa registrare un incremento su buoni tassi, ovvero +19,1%. La stessa Corea del Sud sperimenta una variazione su ritmi simili, pari al +22,9%.

In controtendenza rispetto al dato medio, tra i primi 15 “clienti” della moda maschile, non mancano nazioni che sono rimaste colpite da una flessione delle vendite italiane: oltre al già ricordato caso di Hong Kong, il Regno Unito ha accusato un calo non marginale pari al -32,0%, coprendo così il 6,3% del totale, mentre il Giappone ha ceduto il -6,6% e si è portato al di sotto dei 300 milioni di euro.

Infine, destinazioni con un’incidenza compresa tra il 3,3% e l’1,8% del totale di settore evidenziano tutte una crescita delle esportazioni italiane di moda uomo: tra questi si annoverano Paesi Bassi (in aumento del +17,7%), Russia (+3,8%), Belgio (+33,9%), Polonia (+60,2%) e da ultimo Austria (+11,2%).

Al di là del rimbalzo sul 2020, come visto molto sostenuto per la maggior parte delle destinazioni, con solo poche eccezioni, è opportuno rapportarsi con condizioni più normali di mercato, ovvero con i livelli pre-pandemici. In questa prospettiva emerge una distinzione tra paesi che hanno pienamente recuperato il contraccolpo della pandemia Covid-19 e mercati, invece, che non sono ancora riusciti a colmare quel gap. I primi quattro mercati hanno effettivamente non solo ripianato le perdite dovute alla congiuntura negativa del 2020, ma hanno anche superato i livelli del 2019: la Svizzera del +6,7%, la Germania del +9,5%, la Francia del +6,6%. La Cina presenta una variazione addirittura del +50,0% sul 2019, che si traduce in oltre 170 milioni; si ricordi, peraltro, che due anni fa la Cina era in ottava posizione, dietro ad Hong Kong. Un’eccedenza del +31,9% si rileva anche per le vendite in Corea del Sud.

Al contrario, gli USA e la Spagna, nonostante i buoni risultati del 2021, restano inferiori rispettivamente del -20,1% e del -13,3% a confronto con i livelli del 2019: tali variazioni corrispondono in valore assoluto a -128 milioni di euro circa per gli USA e a quasi 58 milioni per la Spagna. La stessa Russia, interessata una dinamica non particolarmente sostenuta nel 2021, è sotto del -11,4% rispetto al dato 2019 (quasi 20 milioni in meno in valore assoluto).

Maggior preoccupazione desta il mercato inglese: il calo del 2021, che segue quello del 2020, vede le esportazioni italiane inferiori del -46,5% rispetto a quelle del 2019 (circa 393 milioni in meno); similmente, lo stesso Giappone presenta una differenza del -18,3% (quasi 60 milioni). Relativamente alle importazioni, da gennaio a dicembre 2021 è rimasta in lieve calo la Cina (-1,5%), pur coprendo il 13,6% del totale di comparto. Il Bangladesh, al secondo posto, mostra un timido aumento, nella misura del +1,2%. Decisamente più sostenuti risultano gli incrementi delle importazioni da Francia (+22,5%) e da Spagna (+28,0%), così come dai Paesi Bassi (+30,4%) e Belgio (+27,5%) porte di ingresso in Europa per merci asiatiche. Flette del -5,1% la Romania.

Dinamiche molto positive coinvolgono anche Germania e Turchia, entrambe sul +20,0%. Guardando al dato di interscambio di moda maschile non più per Paese, ma per prodotto si assiste ad un’ottima performance con riferimento all’export di maglieria esterna, in aumento del +23,1% su base annua, e, pur su valori molto inferiori, di abbigliamento in pelle (+23,2%).

L’export di abbigliamento confezionato è cresciuto del +7,2%, quello di camiceria del +5,2%. Restano in flessione le vendite estere di cravatte, in calo del -13,6% su base annua. Se paragonate con l’anno 2019, le esportazioni di maglieria e pelle risultano più elevate, le prime del +7,3%, le seconde del +2,9%. Le altre tre merceologie di cui si compone la moda maschile risultano, invece, ancora inferiori: l’export di abbigliamento del -11,6%, l’export di camiceria del -19,2%, mentre le vendite estere di cravatte del -50,5%.

Relativamente all’import, il ritmo più vivace, pari al +18,4%, interessa ancora la maglieria, mentre la confezione non va oltre al +1,4%. L’import di abbigliamento in pelle ha registrato una dinamica pari al +9,4%. Al contrario, le importazioni di camiceria e di cravatte risultano entrambi in calo rispettivamente del -4,4% e del -25,3%.

3. La moda maschile nel primo trimestre del 2022

Ai buoni risultati archiviati nel 2021 (+13,4% l’export, +8,2% l’import nei dodici mesi), nel primo trimestre del 2022 fa seguito una prosecuzione del trend positivo del commercio con l’estero della moda maschile italiana. Pur tuttavia, export ed import presentano rispettivamente un rallentamento e, viceversa, un’accelerazione del ritmo di crescita rispetto a quello con cui si è chiuso lo scorso anno.

Sulla base degli ultimi dati ISTAT recentemente diffusi, il gennaio-marzo vede infatti un export settoriale in aumento del +6,3%, per un totale di oltre 1,7 miliardi di euro, e, allo stesso tempo, un import in crescita del +22,6%, per un totale di quasi 1,4 miliardi di euro. Nonostante la performance favorevole, i valori di interscambio della moda maschile restano ancora inferiori a quelli del primo trimestre 2019 (-4,0% per l’export, -3,7% l’import) finendo però per contenere la flessione rispetto a quanto rilevato nel primo bimestre dell’anno, mentre superano i valori del gennaio-marzo del 2020, già interessati dai primi contraccolpi della pandemia.

Focalizzando dapprima l’analisi sulle esportazioni, con riferimento agli sbocchi commerciali, si sottolinea come sia le aree UE sia quelle extra-UE si siano mantenute favorevoli per il comparto, crescendo rispettivamente del +5,9% e del +6,7% nel periodo monitorato. Il mercato UE copre il 47,8% dell’export totale di settore, mentre l’extra-UE risulta il maggior “acquirente” assorbendo il 52,2%.

Nel periodo in esame la prima destinazione del menswear made in Italy non è più la Svizzera, scesa in terza posizione, anche a seguito di una frenata al -0,7%, bensì la Francia, in crescita del +7,7%; tale mercato supera anche la Germania, in calo peraltro del -3,7%. Al quarto e sesto posto troviamo USA e Cina, che tuttavia segnano un andamento dicotomico: mentre l’export di menswear verso gli Stati Uniti è cresciuto su tassi molto sostenuti ovvero del +57,9%, quello diretto in Cina cede il -1,9% (peraltro, come indicato in Tabella, anche Hong Kong chiude il trimestre in calo del -26,4%).

Tornando nel Vecchio Continente, sia Spagna sia Regno Unito risultano interessati da dinamiche molto positive: la prima segna un incremento del +9,3%, il secondo del +10,0% andando a parimerito con la Cina.

Di contro, flettono le vendite di moda uomo dirette in Corea del Sud nella misura del -5,8%, nonché in Giappone, nella misura del -13,6%.

Con riferimento alla Russia, nel gennaio-febbraio 20 2022 si era rilevata una contrazione dell’export di moda uomo dall’Italia pari al -6,3%; con il dato di marzo, mese già condizionato dal conflitto in Ucraina e dalle sanzioni, il trimestre segna una debacle, nell’ordine del -22,5%; tale mercato copre comunque l’1,7% del totale (variazione più intensa di quella riscontrata per il totale TA nel medesimo periodo ovvero -17,2%, che porta l’incidenza al 2,4%).

Relativamente alle importazioni, dalla UE proviene il 42,4% della moda maschile in ingresso nel nostro Paese, mentre l’extra-UE garantisce il 57,6%: mentre la prima macro-area chiude il gennaio-marzo con una variazione del +17,6%, la seconda segna un vivace +26,6%. In tale periodo il Bangladesh, grazie ad un aumento del +50,3%, supera, di ben 41 milioni di euro, la Cina, in crescita comunque del +24,5%. Su valori assoluti ben più contenuti (inferiori al 10% di incidenza) si rilevano incrementi delle importazioni da Francia (+10,4%), Paesi Bassi (+24,0%), Germania (+83,8%), Spagna (+19,7%), oltre che dalla Turchia (+42,1%). Anche gli altri fornitori presentano dinamiche positive; tra i primi 15 top-supplier, del resto, evidenzia delle perdite solo la Romania (-12,2%).

Guardando al dato di interscambio di moda maschile non più per Paese, ma per prodotto si rileva ancora una volta l’ottima performance con riferimento all’export di maglieria esterna, in aumento del +23,7% rispetto al primo trimestre del 2021, nonché di abbigliamento in pelle (+27,5%) e camiceria (+30,4%). Al contrario di quanto emerso nel 2021, tornano interessate da una dinamica di crescita le esportazioni di cravatte, nell’ordine del +22,4%, mentre le vendite estere di abbigliamento esterno cedono il -14,4%.

Relativamente all’import, tutte le merceologie si muovono in area positiva; maglieria, camiceria e cravatte registrano ritmi compresi tra il +30,0%/+40,0%; la confezione maschile sia in tessuto sia in pelle mostrano un incremento rispettivamente al +6,2% e al +4,2%.

I primi dati disponibili al momento di chiusura della presente nota permettono di avere una prima fotografia degli effetti sulla moda maschile conseguenti al conflitto russo-ucraino, piuttosto che ai nuovi focolai Covid-19 in Cina. Nel breve i timori maggiori sono da ricondurre alla pressione sui costi, in termini di energia, noli e trasporti, tempi di approvvigionamento e consegna, nonché il possibile rallentamento della domanda dovuto a un clima di maggior incertezza. D’altronde sarà soprattutto l’occasione fieristica di Pitti Uomo a rivelarsi un termometro del mercato oltremodo significativo circa lo status quo e le prospettive di breve medio termine che si dischiudono per il comparto. Intercettando gli orientamenti dei principali player e buyer del settore, sarà dunque possibile formare al meglio le aspettative sull’evoluzione del menswear italiano nei mesi a venire.

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