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La moda può essere davvero sostenibile? Un interrogativo al centro di un dibattito

marzo 28 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Eventi, News

Si moltiplicano le iniziative di riflessione e comunicazione sulla sostenibilità: che significato assume oggi questo termine? E come può essere applicato alla moda? Se ne è parlato stamattina durante una tavola rotonda a Palazzo Isimbardi di Milano. Numerose le conclusioni, sul filo conduttore della consapevolezza che ci troviamo nel mezzo non di un’epoca di cambiamento, ma di un cambiamento d’epoca.
Una considerazione, quest’ultima, emersa dalla testimonianza di Francesco Morace, che individua tra i “paradigmi del futuro” (al centro del suo libro più recente) quello legato agli aggettivi “crucial and sustainable”, come sinonimi della riscoperta del valore del patrimonio economico, ambientale, sociale e culturale. “Così come a fine Ottocento si è per esempio imposto il paradigma igienico, oggi considerato una conditio sine qua non – ha affermato il sociologo – ora la moda, che negli anni passati ha scommesso molto sull’estetica e poco sull’etica, deve ribaltare le proprie priorità: tutti ormai abbiamo capito che sostenibilità non significa semplicemente ecologismo pauperista. C’è comunque da dire che noi italiani partiamo avvantaggiati, in quanto ‘eredi’ delle botteghe rinascimentali e paladini di una filiera unica al mondo”.
“In base alle vecchie regole – ha aggiunto Laura Gherardi, docente di sociologia della Tecnica e dell’Innovazione all’Università Cattolica di Milano – un’impresa non troppo nociva per l’ambiente era già meritevole, mentre oggi questo non basta più: la responsabilità diventa business e fa della permeabilità, dell’apertura e dell’interazione con altre realtà altrettante leve strategiche”.
Come ha ribadito Francesca Romana Rinaldi, docente del Mafed (Master in Fashion Experience & Design Management) di Sda Bocconi, “se il 20esimo secolo ha consacrato il modello dell’iper-consumo, il 21esimo si riconosce in un ‘consumo iper-collaborativo’, con la regola delle tre ‘p’ (people, product, planet) che si sta facendo strada anche tra le griffe: basti pensare al progetto ‘made in the world’ di Prada, che non sfrutta le expertise del cosiddetto terzo mondo, ma le valorizza. Un discorso simile viene fatto da Malìparmi”.
Se il faro da seguire è sempre la creatività, come ha precisato Elio Fiorucci, come si può agire a monte della filiera per rendere non solo possibile, ma anche appealing, un percorso di sostenibilità? “Investendo su un prodotto che, anche in questo ambito, comunichi una storia” ha risposto Stefano Cochis, business unit director di Filature Miroglio a proposito di Newlife, filo in poliestere riciclato a chilometro zero. “Abbiamo costruito una filiera locale in provincia di Cuneo – ha aggiunto – ed entro il 2015 vogliamo far sì che Newlife diventi il pilastro della nostra produzione di poliestere”. Una soddisfazione è stata vedere Livia Giuggioli Firth (fondatrice dell’iniziativa Green Carpet Challenge) indossare un abito di Armani fatto proprio con questo materiale alla cerimonia dei Golden Globe. “Newlife è uno degli articoli in cui crediamo – ha commentato Giusy Bettoni, co-fondatrice del network internazionale C.L.A.S.S. (Creativity, Lifestyle And Sustainable Synergy) – e ce ne sono sempre di più, in grado di rendere il ‘bello e ben fatto’ anche sostenibile: ma tuttora sul tema c’è poca chiarezza”. Moltissime altre testimonianze, tra cui quella della stessa Livia Giuggioli, hanno scandito l’evento, organizzato dallo Studio Legale e Tributario Capecchi Piacentini Valero insieme ad Agiis-Associazione dei Giuristi Italo-Ispanici, con il supporto delle principali istituzioni. Segno che l’argomento è attuale, soprattutto nella patria del made in Italy.
a.b.

(da Fashion magazine)

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