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Le vie della moda “green”: dalla filiera certificata alla riciclo

gennaio 19 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

Dalle filiere certificate al riciclo, dallo sviluppo di tessuti innovativi al recupero di produzioni artigianali, dagli investimenti in tecnologie in grado di ridurre le emissioni e limitare i consumi all’innovazione di prodotto. E’ la via ‘green’ della moda, un settore nel quale il Made in Italy è sinonimo di qualità e creatività in tutto il mondo. Il Rapporto GreenItaly 2014 di Fondazione Symbola e Unioncamere descrive le soluzioni che l’industria tessile sta adottando per un minor impatto sull’ambiente attraverso le buone pratiche messe in campo da aziende di ogni dimensione: dall’alta moda ai big dell’abbigliamento di fascia media, fino alle realtà artigianali.

Ma come si fa una moda sostenibile? Partendo, ad esempio, dalla formazione. E’ il caso di Out of Fashion, primo corso dedicato ai temi della moda consapevole e sostenibile, presso la Fondazione Gianfranco Ferrè, in cui si affrontano le diverse prospettive di questa tendenza ‘green’: dall’innovazione tessile alle fibre, dai valori etici alla tracciabilità della filiera.

C’è poi chi orienta il proprio business puntando sulla materia prima certificata. Come Filobio che realizza abbigliamento per bambini, fino a due anni, in puro cotone biologico. Le collezioni dell’azienda piemontese sono disegnate in Italia e realizzate in India da una filiera certificata per gli standard del tessile biologico e per il fair trade. ‘Mission’ aziendale è la tutela dell’equilibrio ecologico del pianeta e della salute della pelle dei bambini. Sempre su questo fronte Teseo – Tessitura serica di Olmeda dal 2013 ha iniziato a sviluppare una linea di sete biologiche, fino ad ottenere la certificazione Gots (Global Organic Texile Standard) che riguarda l’intera catena produttiva del tessuto.

“C’è anche chi interviene a valle del ciclo di vita del prodotto, per recuperare e dare nuova vita alle materie che altrimenti finirebbero inutilizzate nelle discariche delle nostre città”, ricorda il Rapporto. Secondo le stime dell’Università di Cambridge, infatti, in Europa il 74% degli scarti tessili viene ancora smaltito in discarica e soltanto il 13% viene recuperato. L’alternativa è puntare su filati e tessuti ‘second life’. Come fa il marchio Cardato Recycled di cui si possono fregiare le aziende che utilizzano tessuti e filati prodotti all’interno del distretto pratese, realizzati con almeno il 65% di materiale riciclato e che rispondono a precisi standard per la misurazione dell’impatto ambientale dell’intero ciclo di produzione.

Dalla lana cardata alle fibre sintetiche. Come il poliestere ricavato da scarti di produzione e da Pet che, sottolinea il Rapporto, “presenta livelli di emissione di inquinanti e consumi di energia bassissimi, con riduzioni dell’84% dei consumi di risorse di energia rispetto a una microfibra tradizionale. Inoltre, il carico di unità di CO2 viene abbattuto del 77%, grazie ai processi produttivi di purificazione”.

C’è poi la ricerca dei biopolimeri che apre nuove frontiere. Green Skin, per esempio, è una pelle di cellulosa di origine batterica progettata come alternativa a quella animale e sintetica. Il processo produttivo ha un basso impatto ambientale dal momento che sfrutta scarti alimentari e non utilizza sostanze chimiche tossiche. Il progetto è nato dalla collaborazione tra BioDesArt, i ricercatori dell’Università del Salento e i tecnici del CNR IMM, sezione di Lecce.

Un’altra tendenza del filone sostenibile dell’industria tessile è quella della rivalorizzazione di fibre ‘povere’ della tradizione italiana. Come la lana rustica che, prodotta nel nostro Paese in grandi quantità, potrebbe rappresentare un business importante (il giro d’affari sarebbe di 450 milioni di euro, secondo uno studio del Ceris citato dal Rapporto GreenItaly) e sostenibile. In questa direzione si muove il marchio The Biella Wool Company che trasforma un flusso di rifiuti speciali (la lana tosata degli allevatori) in materia prima pronta per essere reinserita nei cicli produttivi del tessile, assicurandone la piena tracciabilità.

Dalla filiera delle materie prime all’innovazione di processo, orientata verso soluzioni in grado di ridurre emissioni e limitare i consumi energetici e idrici. Tra gli aspetti più critici su questo fronte c’è l’uso intensivo di sostanze chimiche nei processi di produzione e, direttamente collegato, il problema del rilascio di sostanze inquinanti nelle acque di scarico. Il Lanificio Bottoli ha trovato una soluzione producendo una linea ecologica che conserva i naturali colori del manto dell’animale, evitando così coloranti e tinture. C’è poi il gruppo comasco Canepa che, insieme al CNR di Biella, ha sviluppato il progetto Save the Water che permette di ridurre fino a 12 volte il consumo di acqua, con tagli fino al 90% dell’utilizzo di elementi inquinanti.

La moda ‘green’ guarda anche all’innovazione di prodotto attraverso la realizzazione, ad esempio, di tessuti con scarti provenienti da altre filiere. “In questo campo, oltre alle grandi imprese leader di mercato, c’è spazio anche per realtà giovani, dinamiche e di ridottissime dimensioni, espressione della creatività diffusa”, sottolinea il Rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere. Come Orange Fiber, start-up trasversale ai settori della moda e della cosmetica che produce tessuti multivitaminici dagli scarti degli agrumi siciliani.

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