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Anche lo sportswear colpito dalla crisi. Il luxury tiene di più

novembre 19 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

La crisi non ha risparmiato il settore dello sportswear, comunque meno penalizzato rispetto ad altri comparti. È quanto emerge dai sondaggi effettuati da Dimark eCerved, che hanno coinvolto rispettivamente oltre 17mila e circa 13mila realtà italiane del dettaglio specializzato nei settori abbigliamento e accessori. Va meglio per le realtà dell’area premium/luxury.

I risultati delle due ricerche sono stati presentati a Milano nel corso di un recente convegno organizzato da Assomoda, al quale hanno partecipato, fra gli altri, Elio FiorucciClaudio Marenzi, presidente di SmiGiulio Di Sabato, presidente diAssomodaMaurizio Governa, presidente Moda&Sport Lombardia.

Come sottolineano i dati elaborati da Dimark, l’abbigliamento sportswear, insieme al segmento delle calzature per il tempo libero, forte di oltre 17mila punti vendita ha ampliato negli anni il bacino dei consumatori, con una leggera prevalenza nel settore maschile, andando ad accompagnare, e in alcuni casi a invogliare, il cambiamento del costume sociale degli italiani.

Nonostante una forte contrazione dei consumi, presente già prima del 2008, alcuni prodotti mutuati dall’area tecnica, sono diventati dei veri cult e sono entrati nella sfera del vestire quotidiano (nella foto, una proposta di The North Face).

In particolare, lo sportswear premium/luxury è un segmento numericamente molto piccolo ma che sviluppa un volume d’affari medio per punto vendita più che doppio rispetto al totale degli spazi di livello medio.

Il settore delle calzature presenta un numero di negozi inferiore e negli ultimi anni ha sviliuppato la tendenza ad essere assorbito nelle door di abbigliamento e in quelle di articoli sportivi, che hanno ampliato il reparto non tecnico.

Lo studio mostra anche come la struttura dell’Italia – costituita da circa 8mila comuni al di sotto dei 25mila abitanti, con una prevalenza di punti vendita di dimensioni inferiori ai 100 metri quadri – non fornisca grandi margini per un ulteriore aumento dei punti vendita, che necessitano di un numero consistente di consumatori per conseguire il break even point. Ne consegue che, anche in questo settore, l’export rappresenta una tappa obbligata.

Il comparto è composto per la maggior parte da realtà con meno di 50 addetti, di cui oltre due terzi società di persone o ditte individuali, sottolinea l’indagine di Cerved.

Il sondaggio conferma che, su un campione di oltre 13mila soggetti analizzati, solo il 20% è rappresentato da aziende che ricorrono a dilazioni di pagamento di almeno 30 giorni oltre le scadenze pattuite e un 10% da imprese in difficoltà, soprattutto i punti vendita più piccoli e le micro imprese.

Curiosamente il segmento dello sportswear di lusso, meno penalizzato dalla crisi, è quello con la percentuale più elevata di pagamenti irregolari, pari al 26,4%.

Quasi quattro aziende su cinque del campione analizzato ha oltre 10 anni di attività: segnale evidente che anche in questo mercato, come in altri, si è assistito a una forte selezione degli operatori più deboli. Un processo destinato a proseguire, in assenza di interventi importanti a sostegno dei consumi e/o del credito.

In generale agli operatori del comparto è richiesta la capacità di differenziare i canali di vendita e variare le referenze. In questo processo, la dimensione aziendale, in media molto piccola, rappresenta un punto di debolezza.

 

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