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Colangelo: «Per convincere i giurati punto tutto sul made in Italy»

maggio 14 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

Gabriele Colangelo, classe 1975, rappresenta l’Italia all’ Lvmh Prize for Young Fashion Designers, il contest lanciato a novembre 2013 dal gruppo francese del lusso, che promette di diventare l’ Oscar della moda per i giovani stilisti. Colangelo,  è l’unico italiano selezionato per la finale del 28 maggio tra i 1.221 aspiranti. La notizia lo ha raggiunto qualche settimana fa (nel pieno del trasloco del nuovo atelier e showroom milanese di viale Premuda) attraverso una lettera di Delphine Arnault, figlia di Bernard e anima del progetto. Sono stati in tanti a telefonargli e a complimentarsi. «Non me lo aspettavo, ma certo un po’ ci speravo. È davvero una bella emozione e soprattutto si apre un sipario sul mio lavoro».
Cosa dovrà fare per la finalissima?
Ancora non so esattamente. È previsto che i finalisti incontrino la giuria per 15 minuti, ma preferisco non pensarci troppo perché solo l’idea di incontrare la giuria mi fa salire l’adrenalina a mille. Poi dovrò presentare il mio lavoro: ho le idee già abbastanza chiare su quali capi portare con me a Parigi, ma  prima di prendere l’ultima decisione chiederò un parere anche a  Karen Kaiser, la mia stylist.
Qual è il giurato che vorrebbe impressionare maggiormente?
Ovviamente tutti. Però ce ne sono tre a cui mi sento creativamente più vicino e che mi piacerebbe colpire: Raf Simons, Nicolas Ghesquière e Phoebe Philo.
Degli altri finalisti con cui dovrà confrontarsi, chi teme di più?
Devo essere onesto, molti di loro non li conoscevo prima della selezioni del 26 febbraio. Siamo tutti molto giovani e creativi. Alcuni finalisti hanno appena 24 anni e fanno sembrare me, che ne ho quasi quaranta, un decano.
In palio per il vincitore ci sono 300mila euro. Cosa ci farebbe?
Fermo restando che in un’occasione del genere, conta molto di più il prestigio del denaro, non posso negare che una cifra del genere può fare la differenza. Di cose da fare ce ne sarebbero. Il percorso per gli stilisti emergenti è impegnativo: per fare cose belle e di qualità l’investimento è altissimo. Io poi ho l’ossessione della qualità, le mie collezioni sono tutte made in Italy e ho la fortuna di lavorare con aziende di alto valore. Questa finale è un riconoscimento al loro lavoro.
In quanti negozi è distribuito il suo marchio?
Una quarantina. In Italia ho una buona distribuzione. Ma c’è più feeling con la Corea, che è il mio primo mercato, e il Giappone, dove ci sono consumatrici molto sofisticate
Ma se Lvmh, o altri, si facessero vivi?
Magari! Non mi tirerei indietro. Chiunque fosse dovrebbe credere nel mio progetto. A chi prova a farsi strada sul mercato serve qualcuno che ti tolga i pensieri, altrimenti rischi che gli aspetti operativi ti distolgano dalla creatività. Tutti gli investimenti realizzati finora sono ricaduti tutti sulle mie spalle. Le consulenze che faccio per altri brand mi sono servite per questi nuovi uffici, dove ci siamo trasferiti e dove convivranno l’ufficio stile e la showroom. Ma finalmente, a partire da questa stagione, abbiamo un licenziatario. Una bella novità, che ci dà un po’ di respiro e mi supporterà nella realizzazione delle collezioni e della sfilata.
Nuovi progetti all’orizzonte?
In futuro ce ne saranno diversi. Il primo è la nuova collezione di borse, che lanceremo dalla prossima stagione.
La finale raggiunta ha già avuto ricadute sul business?
Dal punto di vista della comunicazione sicuramente. La stampa si è dimostrata ricettiva alla notizia. I buyer, specie quelli italiani, sono più conservativi. Ma l’Lvmh Prize potrebbe portare la scossa.

 

an.bi. per Fashion magazine

 

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