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Gli operai del tessile dell’est Europa, sotto la soglia di povertà

giugno 16 | Pubblicato da Luigi Sorreca | News

L’ONG Clean Clothes Campaign ha pubblicato i risultati di un’inchiesta condotta in nove Paesi dell’Europa dell’Est e in Turchia, indicando che le condizioni di lavoro e i salari praticati non hanno certo nulla da invidiare a quelli dell’Asia. Per l’organismo, acquistare i vestiti più costosi e puntare a produzioni europee non migliora per nulla le condizioni di produzione.

Ed è precisamente questo “mito” che CCC ha voluto smontare, studiando le condizioni di lavoro in Romania, Ucraina, Turchia, Bulgaria, Croazia, Slovacchia, Georgia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina e Moldavia.

Non sorprende che questi Paesi producano principalmente per i marchi europei: l’ONG cita Hugo Boss, Adidas, Zara, H&M e Benetton. E mentre i due giganti sono stati poco colpiti dalla crisi, le condizioni in cui si lavora per Zara e H&M sarebbero in realtà persino peggiorate dal 2008/2009.

A sentire CCC, i salari minimi erogati ai lavoratori del settore tessile raggiungerebbero solo il 14% del salario minimo “di sussistenza” in Bulgaria, Ucraina e Macedonia, e il 36% in Croazia. Oltre agli stipendi, sono anche evidenziati in modo critico i provvedimenti antisociali quasi sempre adottati, soprattutto di fronte al desiderio di costituire dei sindacati. E anche quando riescono a formarsi, queste sigle sindacali non riescono a negoziare aumenti salariali, con le questioni della non retribuzione delle ore di lavoro straordinario o il mancato pagamento dei contributi previdenziali che già da sole danno molto da fare ai loro rappresentanti.


«Attivisti e lavoratori chiedono ai marchi europei di moda di assicurarsi, in una prima fase nell’immediato, che i lavoratori delle regioni studiate ricevano un salario netto di base corrispondente almeno al 60% del salario medio nazionale», scrive l’ONG.

«I prezzi di vendita devono essere calcolati su questa base, consentendo gli aumenti della retribuzione. I marchi devono agire ora e garantire che i lavoratori del tessile-abbigliamento della propria catena di fornitura (che si trovi in Asia o in Europa) ricevano un salario dignitoso».

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