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Il tessile argina la crisi con il gioco di squadra

gennaio 8 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Biella, Carpi, Como, News, Prato

Gli stilisti italiani riscoprono la filiera: quella “catena” di ineguagliabile valore – nella quale l’Italia è, nonostante la difficile congiuntura, leader al mondo – che va dal filo al tessuto e alla maglia, passa per la nobilitazione tessile, e si trasforma in abiti da sogno per milioni di consumatori dei mercati, non solo emergenti.
Potrebbe essere proprio questa la vera novità per l’industria della moda nel 2013. Una novità attesa e ovviamente positiva, rilevata nelle riunioni associative per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro. «In questi incontri – spiega Michele Tronconi, presidente di Sistema moda Italia, la federazione che rappresenta 60mila imprese e oltre 510mila addetti, oltre a 27 miliardi di esportazioni stimati nel 2012 – hanno partecipato anche le aziende più grandi e internazionalizzate, quelle oltre il miliardo di euro di ricavi all’anno. E hanno finalmente ammesso che hanno bisogno della filiera, ma che sono preoccupate perché molte imprese fornitrici piccole e medie stanno chiudendo i battenti».
In pratica, l’Italia sta disperdendo un know how unico, che è invece il plus del sistema industriale italiano: competenze che i grandi marchi – molti dei quali delocalizzano da tempo in Paesi a minor costo della manodopera la fascia più bassa della produzione – sono invece obbligati a valorizzare perché i consumatori dei mercati emergenti pretendono il vero made in Italy. Inoltre, molte aziende anche importanti non controllano una vera e propria struttura industriale, e si trovano dunque in difficoltà davanti a eventuali picchi di produzione.
«Quando ho sentito con le mie orecchie i big riconoscere il ruolo strategico della filiera – aggiunge Tronconi – sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché la situazione della nostra industria è drammatica e si rischia l’effetto-domino della chiusura delle aziende meno robuste, in asfissia finanziaria anche a causa di un sistema creditizio che non sta aiutando chi ha bisogno: molte banche hanno cancellato l’abituale erogazione dei finanziamenti che venivano utilizzati per il pagamento delle tredicesime e poi restituiti a rate nei sei mesi successivi».
Per il 2013, le previsioni di Tronconi sono di stabilità per l’export, ma il segno è negativo sul trend di fatturato, ordini e addetti. «L’export tiene – aggiunge il presidente di Smi – perché, a parte l’Italia, dove i consumi in valore sono in forte calo, e l’Europa, che soffre, il resto del mondo ammira e sogna la moda italiana. La Cina è un enorme serbatoio: ci interessano sia i Paperoni sia la classe media, in forte crescita. Le nostre esportazioni aumentano sensibilmente negli Usa, uno dei mercati da sempre più importanti, e in Brasile, dove però la cifra è ancora ridotta, mentre il Giappone sta tornando a importare dal nostro Paese. Insomma, il mondo è disposto a comprare prodotti italiani, ma noi siamo sempre meno nella giusta condizione per produrre».

Molte aziende, soprattutto le più piccole, vera ossatura del sistema, sono poco internazionalizzate e restano schiacciate dalla crisi dei consumi interni; inoltre, sono esplosi i costi dell’energia, che mettono i produttori nazionali fuori mercato rispetto ai concorrenti europei, e che colpisce soprattutto le aziende a monte, cioè quelle tessili e della nobilitazione.
«Siamo convinti – conclude Tronconi – che per la moda italiana il mercato mondiale valga almeno il doppio di oggi, ma i successi futuri dipenderanno anche dal prodotto eccelso che si può garantire difendendo a spada tratta la filiera. Non azzardo stime sulla quota di produzione decentrata all’estero, ma certo se fosse intorno alla metà del totale dobbiamo correggere la rotta. I grandi gruppi viaggiano a vele spiegate, ma hanno sbagliato la strategia e hanno operato cercando di guadagnare un euro in più su un prodotto che in negozio vendono a mille o a 3mila euro: così ora rischiano di ritrovarsi senza gli anelli della filiera, a monte e a valle. I fornitori vanno selezionati, bisogna aiutarli con iniezioni di managerialità e supporto finanziario. Tutti uniti si vince nel mondo, in caso contrario si finirà penalizzati addirittura dagli impianti più moderni utilizzati dai nostri competitor».
Sistema Moda Italia prevede nel 2012 una chiusura d’anno in territorio negativo per la filiera. In particolare, l’industria del tessile-moda nazionale dovrebbe segnare un calo di almeno il 4,4 per cento, che porta il fatturato del settore (composto da oltre 60mila imprese che danno lavoro a circa 510mila addetti) a poco meno di 50,5 miliardi
di euro
Secondo i preconsuntivi 2012 di Smi, le esportazioni dovrebbero chiudere in area positiva, con un incremento contenuto, a quota +0,7 per cento nei dodici mesi (corrispondenti a circa 27,1 miliardi), mentre l’import evidenzierà, dopo un biennio di crescite molto sostenute, una contrazione del 7,3% (restando, comunque, su livelli superiori ai 18,8 miliardi di euro)
NEGATIVO
Secondo i principali operatori del settore, nel 2013 il trend di fatturato, ordini e addetti sarà negativo. A pesare, in particolare, sarà il mercato interno: in Italia i consumi in valore sono in forte calo e anche l’Europa resta in sofferenza. Un trend che dura da anni: nel 2012 il decremento del sell out sul mercato interno è stato stimato pari al 3,3%, sugli stessi ritmi dell’anno precedente
POSITIVO
Le uniche indicazioni positive per il settore arrivano dai mercati esteri. La Cina, per esempio, è un enorme serbatoio. Le esportazioni stanno aumentando sensibilmente anche negli Usa, uno dei mercati da sempre più importanti, e in Brasile, dove la presenza commerciale è ancora ridotta. Infine anche il Giappone sta ritornando ad importare prodotti di moda italiani

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