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Tessile, zero in ricerca

gennaio 8 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Biella, Carpi, Como, News, Prato

Prato, in 11 anni hanno chiuso oltre 2.500 aziende. Colpa dei bassi investimenti, non dei cinesi.

Non importa il numero dei fiori ma il loro profumo. È una delle scritte augurali in cinese che campeggia nella sede della banca popolare di Vicenza di via Filzi, in piena Chinatown a Prato. Qui il 7 dicembre è stato aperto il primo sportello bancario interamente dedicato ai cinesi. Ma fuori dall’istituto di credito, l’unico profumo che si sente è quello della crisi. Quella sì tutta italiana.
Il distretto di tessuti e filati rappresenta ancora il core business della provincia pratese, ma la rilevazione congiunturale sul tessile-abbigliamento elaborata dalla Camera di commercio di Prato e dall’Unione industriale territoriale non lascia spazio all’ottimismo.
I NUMERI DELLA DÉBÂCLE. Nel secondo trimestre del 2012 rispetto al primo crollano maglieria e abbigliamento: – 8,9%.
Nel terzo trimestre sono calate le ore lavorate del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2011, dei metri cubi di acqua scaricata pari al 9,9% e soprattutto dell’energia consumata: -11,4%.
Costi energetici, fisco e credito ostacolano il processo di rilancio del tessile. E non da oggi. Il calo dei consumi del 2001 in seguito alla caduta delle torri gemelle, l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio – che a fine 2004 ha abbattuto le barriere all’import del tessile-abbigliamento – e la crisi del 2009, avevano già messo a dura prova il distretto. Poi, nel 2012, il colpo di grazia.
FATTURATO PASSATO DA 5 MLD A 1,6 IN 11 ANNI. Come scriveva Edoardo Nesi nel 2006, i pratesi hanno avuto un’età dell’oro, in cui i soldi sembrava sgorgassero da terra e tutto era facile. Ma quel tempo è finito.
La stretta del credito si è abbattuta soprattutto sulle numerose aziende del territorio sotto capitalizzate, che dipendevano fortemente dalle banche. La Confindustria pratese dal 2001 a oggi ha registrato una perdita del 30% di associati tra chiusure, cessazioni e non iscritti.
Dal 2001 a oggi il fatturato del distretto tessile è passato da 5 miliardi di euro a 1,6. C’erano 5.800 aziende tessili, oggi appena 3 mila. Quelle che hanno resistito hanno dovuto ristrutturarsi e ridurre la manodopera passando da 38 mila impiegati, a circa 13 mila.

Un settore scivolato sulla scarsa innovazione scientifica

Facile capire come nel giro di 11 anni il Macrolotto 1, l’area industriale a Sud della città (circa 600 mila metri quadrati di capannoni), regno delle fabbriche pratesi di tessuti e filati, sia diventato l’impero dei ‘pronto moda’ cinesi (vedi la fotogallery).
Da fiore all’occhiello della maglieria toscana si è passati al distretto dell’abbigliamento low cost formato da 5 mila ditte cinesi che impiegano oltre 30 mila connazionali (molti clandestini).
Così mentre ogni giorno nei capannoni della zona industriale e negli stanzoni della città vengono cuciti 1 milione di capi per le società di confezioni cinesi, le aziende italiane del tessile arrancano.
Soprattutto quelle a conduzione familiare. Per loro però il vero tallone di Achille non è stata l’imprenditorialità cinese ma la mancanza di innovazione e l’incapacità, una volta raggiunti buoni risultati, di reinvestire i propri capitali.
NESSUNA RICERCA PER LO SVILUPPO. In questi anni il distretto tessile pratese ha fatto al massimo un’ innovazione di prodotto e di processo in condivisione con le altre imprese, anche concorrenti: «Una innovazione diffusa che ha portato la città e il distretto a un grande sviluppo», dice a Lettera43.it Andrea Cavicchi, presidente dell’Unione industriale pratese, «ma quando è arrivata la crisi serviva un’ innovazione tecnica e scientifica, investimenti ingenti. E questo non c’è stato».
SCARSA INTERAZIONE CON L’UNIVERSITÀ. È mancata l’interazione con il mondo della ricerca. «A Prato c’è un polo universitario con 17 laboratori ma non c’è mai stata una vera collaborazione con le imprese», dice il leader degli industriali. «Un tempo c’era anche ingegneria tessile ed è stata tolta, mancavano gli iscritti. Forse non ci abbiamo creduto».
Secondo Cavicchi, che è anche presidente della Furpile Idea, azienda tessile fondata nel 1972 dal padre Piero Antonio insieme con il socio Carlo Alberto Nistri, non si è investito abbastanza sulla formazione e sulle nuove generazioni. Il distretto è ancora a composizione familiare, sono poche le società di capitali.
Invece i cinesi hanno fatto tutt’altro: «Conosco degli imprenditori cinesi che i figli li mandano all’estero a studiare e vedere gli altri modelli industriali».
FILOSOFIA DELL’ACCONTENTARSI. Il pratese invece «è un grande commerciante, che ha vissuto il mondo, però alla fine non ha una coscienza di dov’è e delle possibilità che il suo territorio offre». Qui ognuno pensa per sé. Un individualismo pratese e italiano, che secondo Cavicchi è tipico delle aziende familiari «che si accontentano di aver venduto il proprio. Non c’è una logica di integrazione né di aggregazione. Manca una rete di impresa».

Asiatici problema sociale più che minaccia per il distretto

La crisi non può quindi essere attribuita alla concorrenza asiatica che vive a Prato. «I cinesi di qui non sono il problema del distretto», chiarisce Cavicchi, «sono un problema sociale e di legalità che la città avverte». Ma la produzione tessile della zona non è mai stata messa a rischio dalla comunità asiatica.
I cinesi fanno confezioni e pronto moda, una realtà che a Prato era una nicchia, neanche industriale, formata da piccole botteghe. Un settore che i pratesi hanno sottovalutato, «perché per risparmiare sulla manodopera hanno fatto lavorare i cinesi, che alla fine hanno imparato il mestiere e si sono messi in proprio».
E negli anni con la comunità cinese non si è riuscito neanche a creare un network.
SOLO UN CINESE ISCRITTO A CONFINDUSTRIA PRATO. Oggi un solo cinese è iscritto a Confindustria Prato, «ma stiamo parlando con altri imprenditori», dice Cavicchi, «anche perché i cinesi a Prato riescono a confezionare più di 1 milione di capi al giorno, sono numeri forti, che non si possono ignorare».
Certo è che oltre alla diffidenza, ci sono anche ostacoli concreti: per iscriversi all’associazione degli industriali gli imprenditori cinesi devono avere dei parametri di trasparenza sui bilanci e rispettare le regole. Un’impresa difficile.
CONCORRENZA SLEALE. Il vero problema del distretto dei tessuti e filati è infatti la concorrenza sleale della Cina. «C’è stato dumping sociale, l’uso di sostanze tossiche e di etichette con composizioni errate».
Ma la contraffazione non è solo un danno che le imprese italiane hanno subito: «A volte sono proprio loro a far passare come made in Italy prodotti che non lo sono», commenta il leader degli industriali. Capita inoltre che «aziende italiane facciano confezionare i prodotti dai cinesi ma usino gli intermediari. Che spesso però sono solo una scatola vuota che fa da filtro al controllo».

Made in Italy, una parola vuota. Serve la tracciabilità, la trasparenza

La domanda allora è: cosa vuol dire oggi made in Italy? Se infatti i prodotti sono cuciti, etichettati, confezionati o pensati nel Paese, dire che non sono fatti in Italia solo perché la manodopera è cinese «è riduttivo e anche razzista».
Secondo l’imprenditore pratese quello che serve è «la tracciabilità del prodotto», un’etichetta sui capi che ne racconti la storia, «che magari mi dice che è stato pensato in Italia, prodotto in Tunisia, ricamato in India, confezionato in Bulgaria». E poi è il consumatore che sceglie e decide. Offrire qualità e responsabilizzare il cliente verso una nuova cultura del capo è l’ancora di salvezza del distretto tessile.
«Se compro un tessuto di cotone e so che è  tinto in Cina senza rispettare le tossicità magari mi può anche andar bene però devo saperlo».
SENSIBILIZZAZIONE DEL CONSUMATORE. Lavorare sulla sensibilità dei consumatori potrebbe essere l’unica soluzione per uscire dalla crisi, «porterebbe dei vantaggi al distretto ma anche a livello globale», pensa Cavicchi.
Il rischio, altrimenti, è di alimentare un mondo che «è contro il nostro modo di vivere, la nostra etica». Un costo troppo alto che finora «hanno voluto pagare molti imprenditori per mettersi al passo con la concorrenza globale».
Risultato: «oggi il Made in Italy è una parola vuota, perché magari un capo è sì prodotto in Italia ma da lavoratori ridotti in schiavitù». Si compra così un capo firmato credendo di avere qualità e si finisce alimentando un mercato illegale. «E alla fine si accetta tutto questo? Solo perché passa come made in Italy? Un prezzo troppo alto da pagare».

(da lettera 43 – Quotidiano on line indipendente)

 

 

 

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