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Il tessile cinese arretra in Francia

febbraio 1 | Pubblicato da Luigi Sorreca | Biella, Carpi, Como, News, Prato

Crescono invece gli altri paesi asiatici e perfino la Polonia

Il made in China non va più di moda. Perlomeno in Francia.

Dopo aver registrato progressi per oltre dieci anni, la Cina, secondo i dati dell’Istituto francese della moda (Ifm), ha visto calare la sua parte di mercato nelle importazioni francesi di tessile e abbigliamento dal 34,1% del 2011 al 33,9% nei primi dieci mesi del 2012.

A tutto vantaggio di prodotti provenienti da altri paesi asiatici ma anche da Polonia, Spagna e Portogallo.

Le ragioni del calo del tessile cinese sono diverse. La domanda interna, che spinge le fabbriche a lavorare per marchi e distributori locali, esplode, a detrimento dei brand internazionali. L’inflazione e l’apprezzamento dello yuan rendono la confezione meno competitiva. Soltanto la produttività non cessa di crescere.

Ma i veri «colpevoli» sono i salari cinesi, balzati del 181% dal 2004. Dopo essere aumentate del 25% nel 2012, le retribuzioni nel settore tessile aumenteranno ancora del 20% quest’anno.

E ormai in alcune province il salario minimo equivale a quello degli operai romeni o bulgari. Questa è una delle ragioni per cui numerosi marchi occidentali trasferiscono una parte della loro produzione verso l’Est Europa, spesso più proficua, se si considerano anche i costi di trasporto. Non è un caso, dunque, che le importazioni francesi siano aumentate del 2% in Bulgaria e addirittura del 22% in Polonia. Ma anche la Spagna, nella quale le importazioni francesi hanno guadagnato il 3,54%, non è da meno.

Se la Cina resta comunque il primo esportatore di prodotti tessili del mondo, anche altri paesi asiatici approfittano delle sue debolezze. Soprattutto Vietnam, Cambogia e Indonesia, dove i salari sono decisamente inferiori. Questi paesi rappresentano un concorrente temibile anche per il Bangladesh, sempre meno caro rispetto al gigante cinese ma in piena rivendicazione salariale. Il paese è ormai diventato il secondo fornitore dell’Europa dopo la Cina e ha superato anche la Turchia. E soprattutto resta fortemente dipendente dal settore tessile: il 77% delle esportazioni si concentra infatti in questo settore.

Per Pechino il calo delle importazioni occidentali di articoli made in China non rappresenta una preoccupazione: la domanda interna compensa infatti la diminuzione delle esportazioni. Mentre i giovani operai, i cui genitori hanno respirato per anni tinture e particelle nocive, preferiscono assemblare smartphone anziché abiti: un lavoro che li valorizza agli occhi dei loro amici e coetanei.

Andrea Brenta per Italia Oggi

 

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